Recensioni

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Recensioni del periodo 2008 – 2011

Recensioni dell’anno 2012

Recensioni del periodo 2013 – 2015

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Antonio Salce e Girolamo Trombetta – Marinai di Vicenza e Provincia caduti nella II Guerra Mondiale
Ed. Gruppo ANMI di Vicenza
Recensione di Giovanni Vignati

Il volume viene edito in occasione del prossimo Raduno Regionale che si terrà a Vicenza il prossimo anno 2017 dal 03 al 10 giugno. Il volume è stato scritto “a due mani”: dal Socio del Gr. ANMI di Padova Dott. Antonio Salce, parente della MA.V.M. Giovanni Salce, cui è intitolato il Gruppo ANMI di Padova e dal Presidente del Gruppo ANMI di Vicenza Girolamo Trombetta.
È un pregevole “lavoro” di saggistica che dimostra la passione e il coinvolgimento dei due Autori.
Si è trattato di descrivere non solo i Marinai vicentini e della provincia caduti nell’ultima guerra mondiale, già di per sé impegnativo ma, anche di integrare con le descrizioni delle Unità della Regia Marina, su cui erano imbarcati, e le vicissitudini e operatività delle stesse, questo per fare in modo che, il ricordo marmoreo, freddo, senza anima presente nelle Lapidi, diventi “vivo”, che parli, che narri, e che, soprattutto, faccia conoscere questi nostri Marinai, questi nostri predecessori, questi nostri padri, questi nostri Eroi.
Il volume ha una prefazione del Capo dell’Ufficio Storico della Marina Militare, il CV Giosuè Allegrini, che ha lodato l’iniziativa dei due soci con le seguenti parole di considerazione:
L’Ufficio Storico della Marina Militare apprezza, come sempre, la collaborazione di tutti coloro che si affiancano, con serenità, la sua attività di ricerca, approfondimento e analisi, e sono proprio saggi come questo che contribuiscono alla conoscenza diffusa di quello che stato e di quello che sarà perché, beninteso, le missioni, in pace e in guerra, della Marina e dei suoi uomini e donne, non cambiano.
La foto in copertina è del R. Incrociatore corazzato San Giorgio, negli anni trenta, nel periodo in cui svolgeva servizio di addestramento per gli Allievi delle Scuole C.R.E.M. di Pola, che il padre di Girolamo Trombetta ha frequentato.
Quindi l’opera in questione, con oltre 200 pagine e una veste tipografica di grande valenza, costituisce un esempio da seguire di cui l’ANMI può essere orgogliosa.

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Massimiliano Naressi: “Costantino Borsini, l’Uomo, il Marinaio, l’Eroe”  –  Pietro Macchione editore – Varese
Recensione di Paolo Pagnottella
In questo mondo dove i “Valori”, quelli fondanti una società coesa e sana, sembrano sempre più lasciare il posto a materialismo ed egoismo, il libro di Naressi richiama una vicenda che ha al centro due persone che, oggi, sarebbero fuori schema e fuori moda. Parlare oggi di Costantino Borsini e della sua ordinanza (incarico al volgo meglio noto come attendente) Vincenzo Ciaravolo, però, fa bene a noi, che ne coltiviamo la tradizione e la memoria, e a tutti coloro che rifiutano di arrendersi alla deriva dei tempi, sperando che dopo le tenebre ci sia uno sprazzo di luce e di maggiore moralità, pubblica e privata. L’opera, scritta in una prosa asciutta, scorrevole, accattivante, ripercorre la vita di Borsini fino al suo supremo sacrificio della vita in quell’alba del 21 ottobre 1940 in Mar Rosso, quando le cannonate dell’incrociatore inglese “Kimberley” (da bordo del Cacciatorpediniere “Nullo” scambiato per il nostro “Sauro”) determinarono l’affondamento dell’Unità italiana al suo comando. Una vita come tante altre, dalla crescita in una famiglia di “piccola borghesia milanese” agli studi, all’ingresso in Accademia Navale (Corso 1922, insieme a tanti altri ragazzi, come Romeo Romei e Junio Valerio Borghese). Un ragazzo e poi un uomo, appunto, come tanti altri, che percorre la sua carriera in Marina che lo porterà in giro per il mondo, dalla Cina a Pola, dalla guerra di Spagna all’Africa Orientale, ad arricchirsi di esperienze e di “valori”, ad affinare le sue doti di Ufficiale esecutore di ordini fino ad assumere quelle, ben più impegnative, di Comandante e responsabile di una Nave della Patria e degli uomini che la Patria affida come equipaggio. E fra questi il giovanissimo Vincenzo Ciaravolo, nativo di Torre del Greco, che conobbe Borsini a bordo della R.N. “Eritrea” e non volle più distaccarsene: aveva da poco perduta la mamma e non volle perdere anche quel suo Ufficiale così gentile e premuroso. Mentre il “Nullo” affondava, Ciaravolo vide che il suo Comandante non sbarcava, nella affannosa ricerca dei suoi uomini ancora vivi da porre in salvo, fra cannoni e lamiere divelti, macchine ferme in fiamme, fumo ovunque, timone alla banda. E, rituffatosi dalla zattera su cui era già, nuota fino a raggiungere il relitto che sta per inabissarsi, per restare per sempre vicino al “suo “Comandante. Tutto è qui narrato con pathos, che ben si armonizza con l’esatta ricostruzione di fatti e delle testimonianze, con precisione unita a speciale attenzione ai sentimenti ed alle circostanze. Così, l’autore ricorda le toccanti parole della mamma e della moglie di Borsini, intrise di struggente tristezza unite ad orgoglio e fierezza. Meraviglia la circostanza che egli, in quella missione, era a bordo del “Nullo” per sostituire il Comandante titolare, gravemente ammalato. Borsini era un fervente ammiratore di Nelson. La sorte ha voluto che morisse lo stesso giorno del suo eroe di riferimento, di cui era solito citare fatti, aneddoti e frasi. Si narra che le ultime parole di Nelson siano state: “Grazie, Signore, ho fatto il mio dovere”. Così Borsini considerò il suo gesto, morire con i suoi uomini era semplicemente fare il proprio dovere. Questo libro, coraggioso e significativo ( non per nulla scritto dal Presidente dell’Accademia dei Curiosi di Malnate), ricorda un Uomo (anche l’autore lo scrive con la maiuscola) che considerava sui dovere essere sempre alla testa dei suoi uomini, essere responsabile della loro vita, essere loro sempre d’esempio: un Capo, come vorremmo che fossero ancor oggi tutti coloro che ambiscono a dirigere uomini ed assumersi responsabilità di comando e di governo. Uomini che siano convinti e coscienti che occorra anteporre al proprio patrimonio materiale quello morale e spirituale della gente affidata, l’unico su cui si fonda la solidità, la credibilità e la validità di un popolo.

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Elena Aga Rossi: “Cefalonia – la resistenza, l’eccidio,il mito” – Società editrice Il Mulino – Bologna
Recensione di Paolo Pagnottella
Questo libro di Elena Aga Rossi è uno dei più riusciti tentativi di non arrendersi alla vulgata ma, sulla scia degli “apoti” (coloro che non la bevono, per dirla con Prezzolini), va a scavare, attraverso documenti e testimonianze – prima che si seppelliscano i primi e si esauriscano le seconde- alla ricerca della verità. Nell’isola di Cefalonia è noto che si svolse, fra il 15 ed il 22 settembre 1943, il più importante scontro armato, definito dagli stessi Tedeschi del XXII corpo d’armata di montagna “difficile e violento”, fra truppe italiane e tedesche nei Balcani dopo l’armistizio, seguito da un eccidio di massa di militari italiani. Da quando Ciampi, nel 2001, lo dipinse come “importante esempio della resistenza militare antitedesca”, i fatti di Cefalonia sono entrati nella memoria ufficiale della Repubblica come esempio di eroismo militare. Ma le interpretazioni non sono univoche ed in questo imponente, preciso e inoppugnabile lavoro, l’autrice si sofferma sui tre aspetti fondamentali che ne sono alla base: il giudizio sul Comandante della Divisione “Acqui”, Generale Antonio Gandin, il ruolo avuto dalla grave crisi disciplinare all’interno del reparto italianoed il comportamento degli oppositori di Gandin. Sullo sfondo della sempre avvincente ricostruzione, aleggia la domanda: cosa sarebbe stato giusto fare in quel momento? Perché, a giudizio dell’autrice,la vicenda di Cefalonia resta una delle più difficili da raccontare e districare, sia per i molti interrogativi lasciati insoluti dalle lacune della documentazione sia per lo stratificarsi delle ricostruzioni, spesso condite con travisamenti e personalismi, succedutesi negli anni. Ecco allora che occorreva fare come qui è fatto, ripartiredall’esame critico delle fonti, dalle relazioni scritte subito dopo gli eventi, dai documenti ufficiali tedeschi ed italiani, dai carteggi privati, spesso ignorati o inediti. Su tutto, campeggia la tragedia che rientra nel più ampio dramma dell’EsercitoItaliano, allora di stanza nei Balcani, abbandonato dai comandi al momento della resa. Tentare di ricostruire cosa avvenne realmente è sempre impresadifficile ma occorre tentarla con onestà di pensiero e indipendenza di giudizio. Basti pensare che anche recentemente lastima ufficiale sulle cifre dell’eccidio dava quasi tutta la Divisione annientata, mentre il più attento esame ne fornisce una molto inferiore, come se si temesse, dimensionandolo alla realtà, di sminuire l’enormità e la bestialità dell’evento. Così, in un succedersi avvincente e inesorabile, si ripercorre giorno per giorno quella cruciale settimana dall’8 al 15 settembre, dall’annuncio della resa, captato via radio, all’inizio dei combattimenti, con una ricostruzione precisa e certamente aderente a quello che realmente accadde. Così, i pezzi di quel quadro complesso ed a volte contradditorio tornano insieme, a formare la storia drammatica della Divisione “Acqui”, pur nella dichiarata consapevolezza che molti aspetti restano ancora oscuri. Nessun tribunale, né italiano né tedesco, ha formulato un giudizio di condanna dei crimini compiuti dai tedeschi meglio del generale Telford Taylor al processo di Norimberga:” E’ una delle azioni più arbitrarie e disonorevoli nellalunga storia del combattimento armato. Questi uomini, infatti, indossavano regolare uniforme, portavano le proprie armi apertamente e seguivano le regole e le usanze di guerra. Erano soldati regolari che avevano diritto a rispetto, a considerazione umana e trattamento cavalleresco”. Credo sia appropriato chiudere queste annotazioni citando la dedica di questo impressionante libro, degno di ogni libreria di uomini liberi e coscienti del valore del proprio passato: Elena Aga Rossi, cui va tutta la mia stima e il ringraziamento per tanto coraggioso impegno, dedica “ in memoria di tutti i caduti a Cefalonia e a Corfù, morti in nome di una Patria che non seppe tutelarli”.

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Antonio Martelli: “ La battaglia d’Inghilterra” – Società editrice Il Mulino – Bologna
Recensione di Paolo Pagnottella
Uno splendido libro di argomenti prevalentemente (ed ovviamente) attinenti al conflitto aereo, ma di grande interesse anche per tutti noi marinai, perché svolge considerazioni e induce a riflessioni assolutamente pertinenti al nostro ambito, ormai da allora divenuto aero-navale. Il tema di fondo, ripercorrendo quei drammatici mesi, parte dal quesito: sarebbe stato possibile resistere all’attacco di una Germania che appariva invincibile? Il modo con cui gli Inglesi affrontarono la sfida è appunto la risposta, per dare la quale, in maniera approfondita e storicamente valida, l’autore ritiene corretto e fondamentale (a buona ragione, dico anch’io) ripercorre brevemente la storia dell’aviazione militare fino alla battaglia stessa, concentrando ovviamente l’analisi sulle due aeronautiche protagoniste, la Royal Air Force (RAF) e la Luftwaffe. Inoltre, è stata sviluppata un’approfondita analisi degli altri fattori pertinenti, politici, tecnologici, industriali ed umani, necessario presupposto alla più completa trattazione della battaglia stessa. L’autore, che anche nel titolo ha adottato il termine ormai acquisito (fu coniato da Churchill) anziché quello più corretto di “campagna”, dato che gli scontri durarono per ben quattro mesi, ritorna giustamente e ricostruisce lo “spirito del tempo”, cosa assolutamente necessaria da conoscere e soprattutto comprendere se si vuole inquadrare poi la guerra nella sua esatta dimensione e svolgimento. Dalla lettura avvincente del testo, si ottiene la sensazione della eccezionalità delle energie, delle volontà in gioco, delle forze materiali e morali impegnate nell’epico scontro. E questa è certamente la battaglia decisiva, che determinerà il seguito e l’esito finale del conflitto consacrando, ai fini della vittoria, la necessità di coniugare insieme il classico domino del mare ed il nuovo fattore, il controllo congiunto dei mari e dei cieli. Infine, con grande acume e senso della storia, Martelli presenta i protagonisti nei due campi, a partire dall’uomo senza la cui volontà di resistenza, tanto agli occhi inglesi quanto a quelli tedeschi, il corso degli eventi avrebbe certamente preso una diversa piega: Winston Churchill. E poi, i protagonisti nei due campi, come Hermann Goring, Hugo Speerle, Adolf Galland e Werner Molders per i tedeschi, Hugh Dowding, Peter Townsend e Adolf Malan (sudafricano, detto “sailor” cioè marinaio) per i britannici, nomi che devono rimanere impressi nella memoria di tutti per quanto fatto, ideato, messo in campo, dalle strategie ai duelli aerei. Come mai, si chiedono ancor oggi molti storici, la Luftwaffe, che disponeva all’inizio di un maggior numero di velivoli, di piloti più addestrati e determinati, non è riuscita a vincere la battaglia sui cieli della Gran Bretagna? L’autore esamina, con perspicacia ed approfonditamente, la questione ed attribuisce a tre fattori la sconfitta tattica tedesca: la logistica, più favorevole agli Inglesi, il sistema radar britannico, decisamente più efficiente e gli errori commessi dai capi della Luftwaffe che, agli inizi di settembre 1940, decisero di trascurare i bombardamenti sugli aeroporti per concentrarsi sulla città di Londra. Tutta la narrazione scorre in maniera accattivante, appassionante, conducendo il lettore attraverso gli eventi che caratterizzarono uno dei più significativi scontri della storia con una ricca serie di dati, considerazioni ed approfondimenti di grandissimo interesse. Il risultato di tanto impegno è un libro di fondamentale importanza per tutti coloro che desiderano sapere o saperne di più.

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Antonio Martelli: Le due battaglie dell’Atlantico. La guerra subacquea,1914-18 e 1939-45
Società editrice Il Mulino – Bologna
Recensione di Paolo Pagnottella
Da sommergibilista, non posso che gioire quando leggo libri di questa caratura, il cui autore descrive la sua creatura come “libro di divulgazione rivolto non agli storici di professione quanto al lettore medio, interessato alla storia navale ed a quella delle due guerre mondiali pur senza essere uno specialista”. E’ proprio da questa impostazione e tipo di lavori, basati su fonti di tutti i Paesi combattenti (e non solo dei vincitori) che si ricavano dati, prospettive nuove, considerazioni e riflessioni molto interessanti, alcune anche originali. Vengono qui approfonditamente esaminati i tentativi che, insieme a tanti altri, la Germania compì per vincere due guerre mondiali mediante offensive contro il traffico marittimo nemico sferrate dai suoi U-boote. Le due guerre, seppure con caratteristiche ovviamente diverse, furono tuttavia entrambe guerre d’attrito il cui simbolo può essere riconosciuto nei famosi grafici che Karl Donitz voleva maniacalmente aggiornati giornalmente e riportanti le curve degli affondamenti di navi nemiche a raffronto delle perdite dei suoi sommergibili. Qui si dimostra, dati alla mano, che le due guerre costituiscono in realtà un vero “continuum”, interrotto solo temporaneamente da un periodo di prolungato armistizio: l’epicentro dei due grandi scontri fu sempre l’Atlantico, seppure con vicende strettamente connesse agli avvenimenti negli altri mari, la discendenza viene dal medesimo concetto di potere navale tedesco a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, lo stesso fu il tentativo di soluzione del problema strategico, identico in entrambi i casi. Plaudo alla focalizzazione che Martelli propone su questi temi perché, sebbene le battaglie fra sommergibili e mezzi aeronavali alleati siano state in certo modo decisive, esse sono rimaste – e sono tuttora – solo sullo sfondo della storia e in larga parte ignote al grande pubblico. Fu così anche nel corso delle due guerre, poiché l’attenzione delle masse ( e degli storici poi) si concentrò sul fronte occidentale, dove gli uomini morivano a milioni nel corso del primo conflitto, e la guerra ad est e successivo assalto alla “fortezza Europa” nel corso del secondo, con conseguente appannamento della percezione dell’importanza della guerra subacquea. Qui sono rimessi al posto che loro compete anche gli uomini che combatterono a bordo dei sommergibili, fino all’ultimo giorno, quando ogni speranza di vittoria era ormai svanita: un doveroso tributo alla loro abnegazione ed al loro coraggio. La stragrande maggioranza degli analisti di strategia navale nega il carattere decisivo della guerra subacquea ma in questo eccellente lavoro si dimostra come ristretto sia stato il margine che ha assicurato la vittoria agli Alleati e come la sconfitta tedesca, soprattutto nella seconda battaglia dell’Atlantico, sia stata fattore “endogeno”, ovvero essenzialmente causata dalla mancata tempestiva creazione di una flotta subacquea adeguata e dai ritardi nella messa a punto dei nuovi U-boote, primi e veri sottomarini che avrebbe potuto “fare la differenza”. Donitz l’aveva capito ma non aveva il potere di cambiare le direttive politiche (basti ricordare che nel 1939 era solo Capitano di Vascello). Ne è prova che, nel campo avverso, dell’88% totale di perdite di naviglio mercantile giapponese, il 57% fu dovuta ai sommergibili americani, che interruppero così i rifornimenti alle truppe che combattevano sui vari fronti del Pacifico. Paradossalmente, l’autore condivide l’opinione di molti storici, i quali hanno affermato che “i migliori collaboratori degli Alleati, quanto alla guerra subacquea, furono Hitler, Goring e Raeder”. Infatti, nel 1914 così come nel 1939, l’unico modo per lanciare “l’assalto al potere mondiale” senza correre il rischio mortale del blocco era quello di predisporre una guerra talmente rapida da evitarne la realizzazione. La Germania era conscia che non avrebbe potuto vincere una guerra contro un mondo coalizzato contro di lei ma non aveva realizzato che l’unico fattore che avrebbe potuto modificare il corso degli eventi era proprio l’arma subacquea. Si sarebbe dunque dovuto concepire l’intera guerra in funzione di questa , ma così non avvenne: all’inizio, i sommergibili erano troppo pochi e quando divennero più numerosi, la cooperazione aeronavale ed i mezzi di lotta antisom ebbero la meglio, anche se solo dopo un confronto durissimo. Per vincere la guerra, insomma, l’autore riflette che sarebbe occorso predisporre un’arma sottomarina adeguata molto prima di dichiararla, ma così non fu, evidenziando che quella dirigenza tedesca non aveva metabolizzato il vero significato del potere marittimo, del dominio del mare e delle sue conseguenze economiche. Errore compiuto in entrambi i conflitti, quasi un comune multiplo, ma gravissimo nel secondo, poiché nel primo non esistevano precedenti cui riferirsi. Ecco allora riportata nella sua giusta luce l’epopea dei sommergibili, combattuta con enorme coraggio, capacità e abnegazione da comandanti ed equipaggi, in entrambe le guerre e su entrambi i fronti: da un lato spicca la figura di Donitz, che sovrasta tutti gli altri capi tedeschi o alleati, dall’altro (sfido chiunque a rammentarlo) va ricordato anche un oscuro Max Horton, autore delle innovazioni tattiche della lotta antisom che merita, soprattutto da parte di noi specialisti del ramo, la stessa attenzione dell’avversario ideatore dei famosi “branchi di lupo”. E’ questa un’opera coinvolgente, appassionante, di profonde riflessioni e grande divulgazione di fatti e situazioni, eccellente sintesi di avvenimenti epocali: merita un posto d’onore nella letteratura di mare e di guerra, degna di studio da parte di chi, oggi e ancor più domani, vorrà o dovrà cimentarsi con problemi strategici e piani operativi.

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Antonio Martelli: “La lunga rotta per Trafalgar” – Società Editrice “Il Mulino”
Recensione di Paolo Pagnottella
La storiografia sulla più celebre e celebrata battaglia navale della storia è vasta (anche se mancante di ricercatori ed autori italiani, salvo rare eccezioni, come se non interessasse un popolo marinaro o non fosse stata determinante). Quasi tutti i lavori, però, si concentrano sulla battaglia navale vera e propria tra la flotta britannica, comandata ha Horatio Nelson e la Flotta Combinata franco-spagnola, comandata da Pierre Villeneuve, che si svolse a 25 miglia dalla costa atlantica della Spagna, di fronte a Cadice, il 21 ottobre 1805. Affrontando la battaglia, inesorabilmente, si possono intraprendere due percorsi: la campagna vera e propria, che ebbe inizio con l’uscita della squadra francese del Villeneuve dal porto di Tolone alla fine di marzo di quello stesso anno ed un secondo, oggi prevalente fra gli storici, che analizza gli eventi navali della guerra complessiva fra Gran Bretagna e Francia scaturita dalla rottura della pace di Amiens nel maggio del 1802. All’autore entrambi sono sembrati riduttivi e, nel dargli completa ragione, ne sposo la ricerca più profonda e quindi interessante: quell’evento, per essere compreso appieno e valutato correttamente va visto nella cornice più ampia del prolungato conflitto fra i due Paesi che si protrasse, anche se intervallato da paci (salvo una, non troppo prolungate), fra il 1688 e 1815. Un secolo e mezzo di rivalità anglo-francese che aveva come posta, né più né meno, il predominio sul mondo, così come era possibile concepirlo tra Sei e Settecento. Questa rivalità si manifestò attraverso ben sette conflitti, di cui Trafalgar, visto in questa ottica fu, in definitiva, l’evento culminante, epico scontro costellato di eccezionali personalità. Ai cultori di storia di mare ma anche agli smemorati o detrattori, opere come questa servono ad evidenziare che tutti i conflitti (anche gli ultimi, s’intende) hanno il mare come principale terreno di scontro e su questo si giocano le strategie vincenti. L’epoca della secolare disputa fra Gran Bretagna e Francia fu anche l’avvio del predominio europeo sul resto del mondo, durante il quale le comunicazioni via mare, soprattutto a lunga distanza, erano incomparabilmente più veloci, più sicure e più importanti di quelle via terra. Solo pochi anni dopo le guerre napoleoniche, l’avvento della ferrovia inaugurerà un’epoca nuova, in cui i rapporti geopolitici lentamente incorporeranno la “new entry” della dimensione terrestre. Nel periodo qui esaminato con grande acume e senso di profondità storica davvero mirabili, le flotte dei due contendenti e dei loro alleati costituivano lo strumento principale della contesa, giacché la Francia e la Gran Bretagna “confinavano” direttamente solo sul tratto di mare detto Manica dai francesi e English Channel dai rivali ed erano impegnate oltre mare nelle sterminate colonie di cui disponevano in molte parti del mondo conosciuto con cui avevano intensi commerci , commerci che avvenivano ovviamente e principalmente via mare. Per questo entrambe dovevano ottenere o almeno cercare di ottenere il “dominio del mare”, obiettivo conseguibile solo se si disponeva di grandi squadre di vascelli a vela. Questa basilare opera di Martelli ci consente di comprendere come Trafalgar sia l’esito di due processi distinti. Il primo, dovuto ai cambiamenti sia dei rapporti di forza, sia delle costruzioni, dell’armamento, dell’equipaggiamento, della strategia e della tattica navali così come si erano venuti evolvendo fin dalla fine del Seicento. Il secondo processo, sviluppatosi lungo i trenta mesi circa che vanno dalla rottura della pace di Amiens al momento in cui Horatio Nelson attaccò e praticamente distrusse la flotta franco-spagnola, riconduce ad una. Gran Bretagna che, con grande senso di acume marinaro, vinse perché seppe “vedere” oltre l’intimidazione strategica rappresentata dal minacciato sbarco di Napoleone sulle sue coste: pur avendo preso le necessarie precauzioni, non si lasciò distogliere dall’obiettivo principale, la distruzione della flotta avversaria. E così siamo coinvolti nella serie quasi incredibile di mosse e contromosse, di azioni brillanti e di grossolani errori, compiuti da entrambe la parti, ma quasi sempre con un netto vantaggio da parte britannica, tanto che, quando la battaglia fu combattuta, non solo il suo esito era praticamente scontato, ma essa era divenuta inutile, perché la sortita in mare dei franco-spagnoli non rispondeva più ad uno scopo strategico. Un altro aspetto che viene qui giustamente inserito al posto che gli compete è quello economico e finanziario. Le flotte da guerra costano molto, in un certo senso costano quasi più in pace che in guerra, perché i risultati che esse ottengono in un dato conflitto sono l’effetto soprattutto degli studi, delle progettazioni, delle sperimentazioni, delle navigazioni e degli addestramenti condotti prima che le ostilità abbiano inizio. Entro certi limiti è possibile “levare” un esercito quasi dal nulla e in poco tempo: questo non era (e tanto meno ancor oggi è) invece possibile per la Marina. Nel 1792 la Francia rivoluzionaria creò fulmineamente un esercito di tipo nuovo, straordinario strumento bellico forgiato da Napoleone. La Marina, invece, dissestata dall’epurazione degli ufficiali realisti, non si riprese mai veramente del tutto. Il mantenimento di una Marina potente ed efficiente è quindi qualcosa che si possono permettere solo i Paesi dotati di notevoli risorse e di visione strategica. Non è un caso che durante il Medioevo europeo, solo le repubbliche marinare italiane, arricchite dai commerci, potessero mantenere ampie flotte mercantili e militari e, con esse, giocare ruoli chiave pressoché ovunque.
Il fatto che l’autore svolga un’attività professionale nel settore delle strategie economiche e d’impresa ha certamente aiutato lui a comprendere e quindi a rendere accessibili le implicazioni delle strategie militari in genere e navali in specie, essendo noto che fra tutte queste strategie vi sia molto più che somiglianze superficiali o marginali.
E’ questo un libro di straordinaria capacità divulgativa, scritto peraltro in maniera efficace ed accattivante, destinato come pochi altri a ridurre la scarsa conoscenza che si ha in Italia della storia navale in genere e della sua importanza basilare: ricordiamo Benedetto Brin, quando affermò che “l’Italia è stata grande quando grande è stata la sua Marina”. Un difetto che affligge un Paese proteso nel mare con più di ottomila chilometri di coste, con una gloriosa tradizione navale e marittima e che dal mare non solo dipende ma riceve la quasi totalità di ciò di cui non può fare a meno: l’Italia non merita davvero il disinteresse per questa fondamentale parte della sua storia: un’ignoranza che ne condiziona palesemente la sua politica ed il suo ruolo nel mondo Per fortuna ci sono autori come Augusto Martelli che provano a raddrizzare la barca e noi marinai gliene siamo infinitamente grati e riconoscenti

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Gustavo Caizzi: “ Regio Sommergibile Jalea: vento di ricordi”
Editrice l’Orto della Cultura- Paisan di Prato (UD)
Recensione di Paolo Pagnottella
Interessantissimo ed avvincente saggio storico, centrato sulla vicenda reale che, nel corso della Grande Guerra, di cui stiamo celebrando il centenario, occorse al “R.SMG.Jalea”. Ne sono protagonisti i marinai di quell’equipaggio che persero la vita nell’affondamento del loro battello. Di grande e commovente rilevanza le testimonianze del Torpediniere Scelto Arturo Vietri, unico sopravvissuto al disastro e del Comandante Elvino Meriggioli che, a distanza di 39 anni dal sinistro, diresse con passione e rara competenza le operazioni di recupero dello scafo e dei resti umani ancora chiusi al suo interno. Nel libro entrano a pieno titolo le narrazioni delle vicende dell’Italia post risorgimentale, gli intrighi, i patti segreti, gli attentati che precedettero la Grande Guerra, i teatri dei combattimenti, specie quello carsico ed adriatico, quasi un secolo di storia patria, in una progressione dinamica, travolgente ma allo stesso tempo chiara e semplice, del quale ovviamente la vicenda dello “Jalea” occupa il fulcro, la parte centrale. Fu una tragedia di mare e di guerra, occorsa ad un battello che, all’inizio delle ostilità, ebbe il gravoso compito di capo squadriglia in Alto Adriatico, cuore ed epicentro della lotta. IL 17 agosto 1915, mentre svolgeva una rischiosissima missione di perlustrazione nel Golfo di Trieste, affonda in pochi istanti dopo avere urtato una mina, trascinando nel fondo tutto l’equipaggio, compreso il Comandante Giovannini che rifiuta di porsi in salvo se prima non avesse visto in salvo tutti i suoi uomini (solo sei uomini riuscirono a ritornare alla superficie ma il solo Vietri fu ritrovato vivo, aggrappato ad una boa). Nel 1954, mentre ancora Trieste vive l’ansia del ricongiungimento alla Madre Patria, il sommergibile viene recuperato ed attenderà proprio a Trieste di conoscere il suo secondo destino. Questo si compirà nei cantieri di Monfalcone, ove lo “Jalea” troverà l’accoglienza e la sua definitiva demolizione. I resti di undici marinai, rimasti per anni all’interno della loro bara d’acciaio, saranno traslati il 6 giugno 1954 nel Sacrario di Redipuglia, accolti nel 22° gradone dalla sterminata moltitudine di fratelli che si immolarono in armi per la Patria e già colà sepolti. La vicenda è anche documentata in un bellissimo DVD – offerto insieme al volume – che ricordo avermi suscitato grande emozione quando fu presentato proprio a Redipuglia, nella sala dell’annesso Museo Storico sul Monte Sei Busi, in occasione del primo raduno nazionale dei sommergibilisti che l’ANMI organizzò nel 2011 a Monfalcone. Credo che questo lavoro debba essere premiato con il favore di tutti, in questo centenario, poiché rende una storica ed appassionata testimonianza dell’eroismo, dell’abnegazione, dello spirito di servizio dei nostri Marinai, che affrontarono la suprema prova con una disciplina ed una fedeltà di sicuro esempio alle generazioni successive. Il libro ed il suo annesso DVD sono perciò più che un’opera editoriale, sono un vero omaggio ai marinai ed alla marineria italiana efficace come pochi altri, degno di tutte le librerie e biblioteche d’Italia, degli storici come dei semplici appassionati, della gente di mare e dei giovani, perché non solo ricordino ma sappiano e meditino.

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Antonio Magagnino: “L’eccidio della colonna Gamucci”  –  Herald editore – Roma
Recensione di Paolo Pagnottella
Pregevole, appassionata ricerca storica, fatta di narrazione diretta dei fatti, stralci di giornali d’epoca, atti giudiziari, brani epistolari e dirette testimonianze, sapientemente miscelati in un quadro che offre un esaustivo compendio di una delle più efferate (e purtroppo anche dimenticate) vicende legate alla seconda guerra mondiale. L’autore vuole “ridare voce e dignità” ad un pezzetto di storia patria, per rendere il giusto e sacrosanto onore alla memoria di quanti hanno contribuito, col loro valore ma anche con la fierezza della propria morte, al patrimonio di valori degli Italiani. La vicenda narrata si svolge in Albania, all’indomani dello sciagurato annuncio dell’armistizio e trova conferma nelle ricerche che Onorcaduti potè effettuare in quelle terre, arricchite anche da dirette testimonianze di protagonisti albanesi. Il 9 settembre 1943 mentre i Tedeschi procedevano all’occupazione dell’Albania, il clima a Tirana e nelle altre località albanesi era di attesa, pur facendo presagire drammatici sviluppi a motivo dell’atteggiamento dei partigiani, già dediti a proditorie e diffuse fucilazioni di Italiani e, soprattutto, di carabinieri, accusati senza alcuna prova. Decine di migliaia di soldati italiani, privi di ordini precisi, erano allo sbando “senza alcun’altra risorsa se non il proprio coraggio e la dignità di uomini e soldati”. A render ancor più angosciosa la situazione, la voglia di vendetta dei partigiani locali, delle bande al soldo dei tedeschi, di quelle che agivano in proprio, di quelle comuniste. A seguito dell’accordo stipulato fra tedeschi e comando Armate Est italiano, tutti i nostri soldati dovettero consegnare parte delle armi ed incolonnarsi verso stazioni di imbarco su treni diretti poi in Germania. Molti scelsero la via dell’iniziativa personale, dirigendosi verso la costa o unendosi alle bande partigiane. Il colonnello Giulio Gamucci, comandante la Legione Carabinieri di Tirana, ebbe il comando di una colonna composta da circa 1200 uomini delle diverse armi, fra cui un migliaio di carabinieri. Partiti il 19 settembre da Tirana verso Bitoli, al confine bulgaro, dovettero aprirsi la strada combattendo fino alla aspre montagne, fra stenti, fame, assalti dei partigiani, diserzioni. Il 4 novembre una aliquota della colonna, comprendente 110 carabinieri ed il loro Comandante Gamucci, attratta con l’inganno della trattativa da una banda partigiana comunista, fu separata dal restante della colonna. Gli uomini furonoi condotti in un bosco sul monte Panit , legati a due a due, uccisi proditoriamente a raffiche di mitra. La banda di partigiani comunisti albanesi, capeggiata da Xhelal Staravecka, procedette poi alla spoliazione e all’occultamento dei cadaveri, le cui divise furono indossate ed esibite come trofei dall’intera I Brigata partigiana d’Assalto, della quale facevano parte. Il capo degli assassini, Staravecka, passò poi al servizio dei tedeschi e quando questi lasciarono l’Albania si rifugiò prima in Austria e poi in Italia. Arrestato e sottoposto a giudizio dalla Corte di Assise di Roma, fu condannato nel 1952 all’ergastolo. Il 19 dicembre 1953 il decreto Togliatti di indulto per reati di guerra consentì al criminale di uscire di galera senza che nessuno cercasse mai di identificare gli altri componenti del commando autore della strage. Questi i fatti rievocati, con esattezza di dati, con vivissima emozione che non può non passare a tutti coloro che leggono questo libro: luoghi, eventi e fatti che non devono trovare l’oblio e che l’autore ripropone perché trovino la loro giusta collocazione nel memoriale della storia patria.

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Ferdinando e Laura Sanfelice di Monteforte: “Due secoli di stabilizzazione” –  Aracne editrice
Recensione di Paolo Pagnottella
Giunge assai opportuno, di questi tempi in cui si nota una grande confusione, innanzi tutto lessicale e terminologica fomentata da certo giornalismo superficiale, questo appassionato ed appassionante libro scritto a due mani dall’Ammiraglio Sanfelice (ben noto ai nostri lettori) e dalla consorte, donna Laura. Gli autori presentano l’argomento avvalendosi dell’analisi di casi esemplari della storia in cui gli allora “conquistatori” hanno messo in campo iniziative diverse per tentare di controllare territorio ed abitanti da essi occupati, attraverso l’amministrazione, la “cooptazione” e non più lo sterminio e la deportazione delle popolazioni. Merito primo di questo lavoro è l’adozione di una prosa scorrevole e piana, che rinuncia all’uso di elementi tecnici che hanno sempre rivestito di paludato tecnicismo testi su argomenti di questo genere, quasi fossero terreno riservato a pochi eletti depositari del verbo. Il libro viceversa, prende per mano il lettore fin dalla semplice definizione del concetto stesso di stabilizzazione: fu la rivoluzione francese a proporsi di portare ai popoli il nuovo verbo, libertà, uguaglianza e fraternità, provando a sostituire così il secolare metodo che stabiliva, sic et sempliciter, che i vincitori colonizzassero e sottomettessero i popoli vinti. Ecco quindi fare capolino il tentativo di trasformare i popoli vinti in alleati della “grande causa universale”. Purtroppo questa dottrina già da allora non incontrò le preferenze di tutti (un po’ come accade oggi quando si pensa di esportare/imporre a tutti la democrazia). Oggi, il termine stesso che viene usato, stabilizzazione, psicologico vocabolo privo di crudezza e di ogni richiamo a secondi fini malvagi, è da tutti concepito come quell’insieme coordinato di operazioni diplomatiche, militari, politiche, finanziarie svolte in un paese straniero per fargli conseguire un assetto che consenta alla sua gente di vivere in modo ordinato e pacifico, dopo che l’equilibrio precedente sia venuto meno per una serie di eventi violenti. L’incipit viene dall’esame del comportamento di alcuni conquistatori che hanno cercato, con svariati metodi, di prendere iniziative atte a migliorare il tenore di vita delle popolazioni e, col passare del tempo, questa scuola si è sempre più diffusa. Ai nostri giorni, le chiamiamo “missioni di pace”. E qui si traccia, a grandi ma significative linee, la storia di alcuni esempi tipici di “stabilizzazione” adottati nel passato, così da capirne le lezioni, ossia cosa va fatto e cosa va evitato, ricavando quell’insegnamento della Storia (qui sta il suo vero ruolo) che vada a nostro beneficio. Nei quattro successivi passi, sono descritti ed analizzati l’invasione della Spagna da parte delle truppe napoleoniche, le britanniche guerre afghane e boera, il controllo delle Filippine da parte degli USA ed infine la lungimirante opera dei generali francesi Gallieni e Lyautey rispettivamente in Madagascar e Marocco. Ne emergono gli errori commessi e le conseguenze che ne sono derivate, così come le ricadute positive, che danno ragione al re di Prussia quando raccomandava che occorresse “conquistare l’amicizia e la fiducia degli abitanti”. Oggi che sono diventati di uso corrente termini come “peacemaking”, “peacekeeping”, “peacebuilding” e “peace enforcement”, questo saggio fornisce non solo adeguato strumento di orientamento e conoscenza, ma l’indispensabile base per comporendere il sistema di stabilizzazione moderno, fino al più attuale “humanitarian interference” inaugurato da Giovanni Paolo II. Sono grato agli autori per avere affrontato con tanta chiarezza e senso della storia questo tema, a volte troppo superficialmente conosciuto e troppo disinvoltamente utilizzato, rendendolo accessibile al grande pubblico con dovizia di esempi, logiche analisi e semplicità di termini.

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Paola De Andrea : “Il leone ha messo le ali – Memorie del marò Luigi De Andrea durante la Seconda Guerra Mondiale” – Editrice The Press.it  (Euro 15 compresi costi di spedizione)
Recensione di Paolo Pagnottella
La lettura di un diario la si affronta con duplice atteggiamento: la ricerca di qualche novità, qualche testimonianza che faccia luce su avvenimenti o dettagli della storia oppure con la speranza di trovare l’atmosfera, l’animo, il punto di vista di che c’era, di chi quegli avvenimenti ha vissuto davvero, per poterli ricostruire nella loro intensità. Qui, in quest’opera, entrambe le aspettative non solo non vanno deluse ma si sommano, si fondono fino a darci una sensazione finale di grande serenità, di equilibrio, frutto di giudizi ponderati e maturi. Questo libro, come ci avverte l’autrice, nasce dalla sua volontà – e gliene siamo davvero grati, noi marinai – di onorare il padre Luigi, che con tanto orgoglio ed amore scrisse il suo diario, chiamandolo “una vita in movimento” e mai titolo fu più appropriato. Egli usava raccontare le sue “storie” e fu convinto a scriverle, lui uomo attivissimo che sognava ancora, a ottantadue anni, di ritornare alle Isole Vergini che tanto lo avevano affascinato. Originario di Casale Monferrato, figlio di un ferroviere che fu trasferito per servizio a Venezia quando Luigi aveva 13 anni, entra anch’egli per concorso in ferrovia proprio allo scoppio della guerra. Arruolato nel battaglione San Marco, partecipò allo sbarco sull’isola di Veglia e, successivamente, all’occupazione di Cefalonia e della Grecia. Nel suo diario sono di grande efficacia le descrizioni dei luoghi, delle persone incontrate, degli avvenimenti di cui si sente protagonista e spettatore, sempre animato da quella generosità ed umanità che sono tuttora patrimonio dei nostri soldati. Ricorda con struggente affetto i suoi commilitoni: “molti dei nostri amici non sono invecchiati, come invece è successo a noi ma saranno sempre giovani e coraggiosi e riposeranno per sempre dentro la loro nave, con la loro amata Bandiera, morti per difendere le loro città, i loro concittadini, le loro fabbriche, la nostra Italia, la nostra Patria”. Destinato quindi col Battaglione “Bafile” in Tunisia, partecipa all’epopea della difesa di quell’ultimo lembo di Africa italiana, fino alla resa (ricorda con orgoglio che il Battaglione San Marco fu l’ultimo ad ammainare la Bandiera il 9 maggio 1943). Fatto prigioniero dagli americani, dopo l’armistizio, rimase fedele al giuramento al Re e iniziò il servizio di cobelligeranza come autista di automezzi. Sempre con le truppe USA, venne destinato in Francia ove riporta, fra le altre, le sue considerazioni dopo avere preso contatto con i prigionieri russi, liberati dagli alleati. Sono davvero stupefacenti! Essi, infatti, non volevano tornare in Patria, consci che il dittatore Stalin aveva dato preciso ordine di eliminarli, poiché erano venuti a contatto con il mondo occidentale e soprattutto con i sistemi americani! Quei cinque anni di lontananza da casa, di guerra, di combattimenti, di esperienze lancinanti, sono così riassunti:” Mi accorgo di avere vissuto un’esperienza tutto sommato meravigliosa! Ho visto diversi Paesi, conosciuto usi e costumi, imparato qualche parola di greco, francese e inglese. ho visto dolore e morte ma ho anche provato orgoglio, senso del dovere e grande amore per la mia Patria. Sono fiero di essere appartenuto ad un corpo prestigioso come il Battaglione San Marco e porto sempre ed ovunque con me questo orgoglio! Ho trasmesso questo amore ai miei figli, che hanno condiviso, fin da piccoli, il mio impegno nella conservazione di questo orgoglio!”. E si vede, dall’impegno onorato, in suo nome, dalla figlia Paola, che questo grande amore ha dato davvero splendidi frutti, uno dei quali è la grande passione che traspare da questo diario, godibilissimo, affascinante testimonianza di un Italiano vero, difficile da dimenticare dopo la lettura del suo diario.

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Adrea Villa: “Nelle isole del sole – Gli Italiani nel Dodecaneso dall’occupazione al rimpatrio (1912-1947) – Edizioni SEB 27
Recensione di Paolo Pagnottella
Come spesso accade quando si vanno a rivedere ed esaminare diarii, testimonianze, memorie, raramente capita ormai di imbattersi in rivelazioni o carte che aggiungano qualcosa alle consolidate conoscenze, alla storia. In questo caso, invece, l’autore coglie il prezioso spunto da quanto udito e lasciatogli dal nonno, che fu marinaio in quel di Rodi, per ricostruire un intero quadro inerente una parte del mondo ed avvenimenti purtroppo dimenticati dalla storiografia e dalla memoria degli Italiani. Ne scaturisce una appassionante narrazione, degna davvero della nostra attenzione. Viene così ricostruita la storia così come dovrebbe essere ricordata, perché anch’essa storia patria, storia di un periodo e di Italiani che hanno dato lustro e testimonianza di impegno e civiltà. In uno stile appassionante e fluido, si va dallo sbarco delle prime truppe nelle dodici isole delle Sporadi meridionali, nella primavera del 1912, all’enorme sforzo di modernizzazione compiuto dal Governatore Mario Laghi, fino agli avvenimenti della seconda guerra mondiale. Il quadro è costantemente attraversato da descrizioni delle condizioni di vita, dei rapporti con la popolazione locale, dello sviluppo dei commerci, dell’agricoltura e dell’industria. Una presenza, quella italiana, caratterizzata da un vasto programma di infrastrutture ed opere pubbliche, destinate a fare delle isole il trampolino di lancio della presenza e della proiezione della politica italiana verso i Balcani, l’Anatolia ed il Medio Oriente. Fa parte di questo disegno anche la progressiva “militarizzazione”, conseguenza dell’evoluzione dei rapporti politici nell’area mediterranea dopo la guerra d’Etiopia. Gran parte del libro si incentra sulle poco conosciute vicende conseguenti l’armistizio dell’8 settembre, viste con gli occhi e la prospettiva di quei comandi e quegli uomini, raccogliendo testimonianze di episodi e persone che formano la complessa e completa vicenda storica ed umana del Possedimento e dei protagonisti. Nel grande quadro delle vicende militari e politiche, risaltano fatti e protagonisti che “minori” non sono. Come non citare l’opera straordinaria di padre Igino Lega, onnipresente portatore di consolazione e conforto, armato di fede e coraggio certamente non comuni, o la giovane Calliope Contraiannis, sposa di un soldato che segue nella deportazione in Germania travestendosi essa stessa da soldato fino alla scoperta della sua vera identità sulla soglia del lager di Sandbostel, storia di vera integrazione ed amore commovente, che neppure un film saprebbe meglio rendere. Merita sicuramente un plauso la ricostruzione minuziosa dei tragici eventi sulle isole, dai sentimenti di abbandono alla notizia dell’armistizio alle ambiguità degli Inglesi, dalle trattative alle azioni tedesche, dagli episodi eroici dei singoli e dei reparti alle efferatezze successive alla resa, dalla generosità degli abitanti alle condizioni di coloro che scelsero la fuga verso le coste turche o, successivamente, fra il rimpatrio e la permanenza. Ecco, come dicevamo, la storia nel suo complesso, ricostruita e consegnata alla memoria, prima che il tempo possa offuscarla o cancellarla. Siamo dunque grati ad Andrea Villa per questa opera letteraria e poetica, storica e narrativa di grande valore ed efficacia. Come scrive Giorgio Vecchio nella prefazione,” è un bel libro, scritto bene e degno di essere letto e conservato” Io aggiungo che andrebbe anche diffuso, perché è un libro in cui ogni Italiano potrebbe ritrovare un po’ di orgoglio e di serena consapevolezza di essere stato ben rappresentato dai suoi padri, chiamati a prove straordinarie che essi hanno affrontato con coraggio, lasciandoci un retaggio che dovremmo attentamente considerare in ogni occasione in cui noi, oggi, siamo messi alla prova.

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Paolo Bembo: “La storia della Marina attraverso i dipinti”  –   Edizioni dell’Ufficio Storico della Marina Militare
Recensione di Paolo Pagnottella
Brillante, encomiabile idea, quella dell’Ammiraglio Bembo, di affrontare il temo storico utilizzando un percorso originale ed a lui assai congeniale, come si evince scorrendo le pagine di questo volume. Infatti, mentre si è soliti attribuire all’arte una valenza prettamente estetica, in questa occasione si scopre la validità di una differente, seppur complementare, definizione. Ricorda infatti, appropriatamente, Bembo quanto affermato da Stefano Zecchi:” L’arte è ciò che dà un senso alla nostra vita, è ciò che conferisce un volto visibile alla nostra storia e ci fa conoscere il nostro passato, dandoci un’identità”. Trovo questa definizione non solo perfettamente calzante a questa bella opera di cultura navale, ma addirittura indispensabile a comprenderne l’impostazione e la forte carica emotiva che vuole trasmettere. Definita così la chiave di lettura, ecco dunque l’arte che “va a braccetto” con la Storia e ne diviene parte integrante, a lettura ultimata direi anche inscindibile. L’obiettivo è quello di guidare il lettore alla conoscenza o al ripasso della millenaria storia della nostra Marina, fissandone i momenti principali così come sono stati visti ed interpretati dagli occhi del pittore di mare, sia esso un marinaio, intimamente conoscitore dei soggetti e delle esperienze sul mare oppure un possessore di “mestiere” oppure ancora chi sia semplicemente in grado di trasmetterci sensazioni con opere che abbiano mare, barche o navi quali sfondi o soggetti. Collocata così come elemento centrale quell’emozione che è pane quotidiano per noi marinai, l’autore riesce a contagiare anche chi di mare sa poco o il mare poco frequenta. Qui trovano giusta collocazione tutti coloro che si sono cimentati in questa vera e propria avventura marinara, pittori di guerra, “naval illustrators” o disegnatori che fossero e, come afferma sempre Zecchi,” molti artisti importanti hanno dipinto le onde del mare, le barche, gli orizzonti, il paesaggio marino ma ogni volta significano cose diverse: la solitudine, la forza, il mistero, la gioia. L’arte diventa così un’esperienza con cui possiamo imparare a riconoscere questi diversi valori della vita arricchendo la nostra sensibilità, le nostre percezioni”. Il percorso che Bembo presenta, affronta e traccia è ambizioso, temporalmente vastissimo ma l’autore riesce nell’impresa prefissa perché designa, quali “rappresentanti” dei tempi e delle situazioni, insieme artisti ed opere noti e sconosciuti, celebrati e secondari, italiani e stranieri, uniti nel “fil rouge” di questa straordinaria e troppo spesso misconosciuta categoria di appassionati del mare. Dai fasti del passato alle marine pre-unitarie, si arriva ai nostri giorni, alla scoperta di un mondo d’arte e di artisti che, come le Americhe prima di Colombo, esiste ma per tanti è ignoto o solo immaginato. Questa vera e propria “passeggiata” nelle pagine di una “pinacoteca del mare” sui generis, consente di apprendere, gustare, magari anche criticare e va a collocarsi fra quegli strumenti che riempiono uno degli spazi vuoti di cultura, quella marinara, di cui purtroppo manca il popolo italiano facendolo, insomma, un pochino più marinaro di quanto non sia. Ho molto apprezzato anche il corredo didascalico, sempre appropriato e mai invasivo, così come l’edizione finemente curata, evidente segno di grande cura dei dettagli e della forma. In sintesi, questo particolare genere d’arte, che dobbiamo all’ingegno ed alla maestria di impareggiabili artisti, dovrebbe essere patrimonio condiviso degli Italiani, grande popolo di marinai e navigatori. Sono certo che questo volume troverà il consenso e l’entusiasmo di tutti coloro che amano l’arte così come di coloro che, marinai nell’animo, amano quindi, insieme al profumo del mare, anche la storia e la propria Patria. Volume da biblioteca di ogni marinaio, come merita la competenza e la passione di chi lo ha ideato e realizzato.

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Roberto Liberi: “Alla via così” – L’Accademia Navale nelle cartoline dei Mac Pi 100 – Edizioni ETS Pisa
Recensione di Paolo Pagnottella
L’Ammiraglio Liberi, mio compagno di corso, compie un’altra operazione di profondo senso e cultura navale, continuando nella sua tradizione di cultore di aspetti particolari ma non certo marginali, della vita in Marina. In quest’opera, già fin dalla copertina gradevolissima, è presentata la sua raccolta di cartoline del Mac Pi 100 iniziata, a suo dire, quasi fortuitamente, seguendo (ancora una volta, direi) l’intuito e l’occhio della consorte durante un’esplorazione ad un mercatino. Da lì, dal primo acquisto per mera curiosità al collezionare l’intera disponibilità dei soggetti il passo è stato non breve ma certamente frutto di passione e dedizione non comuni. Il libro inizia, doverosamente svelando ai “profani” cosa sia mai questo “Mac Pi 100”, come nasca sia come espressione sia come elemento centrale dell’attesa dei cadetti delle varie Accademie. Premessa indispensabile per affrontare, prima di passare alla esposizione ed al commento delle singole cartoline, il significato profondo di una festa. L’Accademia, ricorda giustamente Roberto, ha il compito di fornire le indispensabili basi ad un giovane che voglia poi divenire un Ufficiale, attraverso un percorso severo e impegnativo, fatto di studi, fatiche fisiche, assorbimento di valori etici e cognizioni tecniche e scientifiche, tutte imprescindibili ed intimamente connesse le une alle altre per “preparare alla vita ed alle armi”. Poi, quando a questo bagaglio si aggiungeranno esperienze, incontri, riflessioni, aggiornamenti, ne scaturirà la figura dell’Ufficiale completo. Questo iter segue un solco tradizionale, cronologico, e mette in rilievo come di questa vita faccia parte anche la goliardia, ben evidenziata nei soggetti di questa raccolta. Allegria e spensieratezza che, non suoni dicotomia, vanno di pari passo con severità e disciplina, anche ai tempi in cui già si sentivano rumori di guerra imminente o già in corso. Perché, ricorda un capocorso di allora, “la letizia di oggi, sigilla la nostra più verde giovinezza e schiude la nostra vita di uomini votati alla Patria”. Ecco dunque in poche, semplici parole, il perché si fa festa prima della fine del percorso accademico ed in vista dell’impegno della vita e perché un Mac Pi 100 non può essere confuso con una festa di fine liceo. Queste cartoline sono, in sintesi, un inno alla vita, a quella vita a cui i giovani si stanno affacciando per intima convinzione, felici di vestire la divisa da Ufficiale ed andare a servire la Patria a bordo delle navi della Marina: gioia, orgoglio della conquista del primo grado, del primo gradino di una carriera che ognuno di loro spera lunga e densa di soddisfazioni. Quando un Ufficiale esce dall’Accademia, ricorda Roberto, inizia la sua “navigazione” nell’oceano della vita professionale, “come quando un Comandante, dopo una complessa manovra, porta la prora della nave sulla rotta voluta e con voce chiara ordina al timoniere “Alla via così”. Trovo questo libro un eccellente itinerario attraverso decenni di storia, raccontata con sottile ironia, con quella leggerezza che induce al sorriso ed alla riflessione, percorsa con interesse e passione che sprigiona da ogni cartolina. Dentro ad ognuna, infatti, sono riconoscibili generazioni di uomini che, ridendo di loro stessi, del loro mondo, oppure disegnandolo come lo immaginavano o lo sognavano, sanno di avere la solidità e la determinazione necessari all’assolvimento del dovere: e tanti faranno poi, di quella dedizione, della conferma del loro giuramento, il faro della vita fino a sacrificarla. Nessuna leggerezza, dunque, nessun cedimento alla frivolezza ma sana allegria, segno di una radicata, cementata adesione all’ideale della loro giovinezza (e Dio solo sa se tanto ancora ce ne vorrebbe ai nostri giorni). Mi piace infine sottolineare il corredo didascalico delle cartoline, sempre leggero, essenziale, tocco lieve di pennello sotto un quadro, che non turba né distrae ma arricchisce e completa la visione e guida alla conoscenza. Non mi resta che ringraziare Roberto per quanto fatto e per come lo ha fatto, a conferma del suo grande amore, da noi tutti condiviso, per la cultura e per la Marina: bravo zulu, in codice dei segnali!

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Fabio Ghia: Europa latitante. Dal fallimento politico USA all’Islam deviato  –  L’opinione editrice – Roma
Recensione di Paolo Pagnottella
Trovo assai interessante questa incursione dell’amico Fabio Ghia nel mondo della riflessione sugli avvenimenti che hanno sconvolto il mondo nel recente passato e che proiettano una lunga ombra di dubbi e incertezze sul presente ed ancor più sul futuro. L’autore, stimato Ufficiale di Marina e come tale venuto a contatto con tanti paesi, popoli, culture e situazioni, parla da un pulpito molto qualificato, poiché è vissuto diversi anni in Tunisia, dove ha ricoperto anche il delicatissimo incarico di Addetto per la Difesa presso la nostra Ambasciata a Tunisi. Dunque, possiamo qualificare come il suo punto di vista come quello di un esperto ed affrontare con fiducia la lettura di questo interessantissimo saggio. Senza partire da Adamo ed Eva, qui si evidenzia come, nel corso dell’estate del 2015, l’Europa abbia vissuto una delle sue peggiori crisi, allorché decine di migliaia di migranti sono entrati nei territori dell’Unione Europea via Grecia, Ungheria, Italia, obbligando così i pavidi governi a prendere per la prima volta coscienza che il problema non era più semplicemente italiano. Allora, correttamente, per comprendere questo fenomeno che rischia di compromettere relazioni e situazioni, l’autore centra la sua riflessione sugli eventi che lo hanno generato più che sull’effetto emotivo dovuto alle migliaia di disperati che lasciano la loro terra. Prima conclusione: si tratta di una crisi “artificiale” ed i suoi attori e responsabili non sono affatto di complicata individuazione, basterebbe non farsi condizionare e tirare le dovute somme. Il titolo del saggio è dunque ora illuminante sulla percezione degli ultimi eventi. Se poi all’incapacità degli USA si aggiunge quella dell’Europa, che nulla ha fatto (e nulla sembra, purtroppo, in grado di voler fare) per tentare di stabilizzare i paesi oggetto di guerre e rivoluzioni, comincia allora a delinearsi una delle prime concause, la distorta visione dell’Islam. Basti pensare, al riguardo, alle condizioni in cui è stata lasciata la Somalia dopo la guerra civile del 1992-93 per avere un’idea della inconsistenza della politica estera europea, così come un’occhiata all’Iraq rende “macroscopicamente evidenti gli incauti giochi di potere” –come argutamente chiosa Ghia – degli USA. L’analisi non trascura poi, ma concatena, il recente attacco alla Libia, che vide l’entusiastica adesione di Francia e UK ad una visione distorta americana, origine dell’attuale situazione in Siria, dove siamo piombati in un dualismo pro o contro Assad, “certamente non un leader dalla democratica visione del mondo “ma contro cui si sono schierate “forze che sembrano molto peggio e molto più pericolose”. Particolarmente efficaci sono le considerazioni che Fabio fa sull’area Mediterranea, che vede due sponde in progressivo allontanamento. Da una parte, il mondo di radici islamiche che, alla ricerca di una nuova identità, subisce da qualche anno un forte richiamo di un modello di società tradizionale, dando luogo ad un evidente conflitto tra islamismo e voglia di modernizzazione, così come alla radicalizzazione della più rigida ortodossia islamica, rappresentato dall’ISIS o da Daesh in Libia. Sul fronte europeo, cambiamenti sociali epocali, con un materialismo del benessere individuale che sempre più spinge verso forme di vita e di concezioni (coppie di fatto, matrimoni omo, fecondazioni assistite ecc.) del tutto antitetiche rispetto ai capisaldi delle radici culturali dell’Islam. Possibilità di integrazione, dunque, di “quella” cultura con e nella nostra? Le pagine del libro scorrono veloci e profonde e solo un esame come questo, compiuto in sincerità e acume da Fabio Ghia, sulle situazioni che di fatto si sono venute a generare in Mediterraneo e in Medio Oriente, condito dall’analisi e dalla presa di coscienza degli errori commessi in passato, lontano ma ancor più brucianti solo ieri, possono condurre alla soluzione perché occorre andare verso “una maggiore e più umana integrazione tra i popoli”, ci dice l’autore,  quale via per una migliore convivenza e per la sicurezza di tutti. Questo libro, collage di pensieri, fatti ed opinioni rappresenta un ottimo stimolo alla riflessione: come sempre, si potrà convenire o dissentire, ma in entrambi i casi si dovrà essere grati a Fabio Ghia per averci “provocato” e trascinati sul palco di quel  grande “talk show”  dove si discute della situazione politica del mondo, cioè di noi e del nostro futuro.

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Oltre_il_fiume_oceano

Cristiano Bettini
“Oltre Il fiume oceano: uomini e navi romane alla conquista della Britannia”.
Laurus Robuffo Editore 2015
Recensione di Rita Silvaggio.
Il titolo preannuncia una soglia lontana, oltre la quale si spinsero le legioni e le navi romane, descritte da Bettini da un punto di vista storico e strategico marittimo e terrestre, in una sorta di precocissima missione di sostegno logistico oltremare, un moderno dispositivo “expeditionary” di 2000 anni fa. Le navi di Roma, comandate dal “Trierarchus”, mutuato dal termine usato dai greci “Navarchus”, dal “Gubernator”, dal “Subprefectus”, infine nella marina imperiale dal Prefectus Classis, sotto i vessilli di Cesare, Claudio e Costanzo Cloro, per tre secoli tentarono la conquista della Britannia ed erano il punto di partenza annunciato dal titolo per il lungo percorso svolto nel libro . Il   libro è certo un’opera imponente, che abbraccia millenni di storia. Ma per il resto, cioè il pensiero confortante e rassicurante che avremmo trovato qualcosa di riconoscibile nelle corde dell’autore, segnali e codici predeterminati di espressione, conduzione del pensiero, svolgimento della riflessione, che avremmo familiarmente ritrovato insomma un pacchetto già conosciuto nella cornice, ci sbagliavamo. La nostra presunzione è stata ferita da uno stupore multiforme. Stavolta Bettini ci ha riservato un’opera molto più vasta e complessa delle precedenti, di spessore accademico, storico, filologico, di storia navale e militare, di archeologia, numismatica, persino di storia dell’arte, studi strategici, storia della marineria, geografia e tanto altro, di fronte alla quale la parola giusta è “incanto”. E non siamo noi a dirlo. Non siamo i primi a farlo. Ci dobbiamo, ad onor del vero, totalmente concordi, accodare a voci ben più autorevoli ed illustri, le più idonee a valutare la validità del testo. Parliamo delle parole contenute nella prefazione del libro e nella postfazione dal Prof. Vittorio Emanuele Parsi, ordinario di Relazioni Internazionali e Studi Strategici  alla Università Cattolica di Milano e  dal Prof. Corrado Petrocelli, ordinario di Filologia Classica all’Università “Aldo Moro” di Bari. Il lettore che arrivi alle prime pagine, infatti, troverà subito preannunciate dal primo le mirabilia di questo libro e parole lusinghiere, autorevoli ed entusiastiche circa il contributo dato con questo lavoro da Bettini alla cultura a tutto campo di molte discipline universitarie delle diverse facoltà e del mondo di studi militari. A queste parole, Parsi aggiunge il rammarico per aver la vocazione militare di Bettini – in cui pur ha raccolto” innegabile successo … nella sua vita professionale in Marina”, privato il mondo accademico di un uomo che “..avrebbe avuto tutte le qualità per eccellere  anche in questa”. Il lettore compia un atto di fede: se avrà la curiosità intellettuale di avvicinarsi alla lettura dell’imponente tomo, troverà conferma di tutte queste positive attestazioni di dotti  studiosi emeriti del campo, alle quali noi aggiungiamo, senza paura di smentite, una promessa  al  lettore profano e non esperto di alcuna di tali discipline se non per le pregresse reminiscenze scolastiche classiche ed umanistiche. Questi non deve scoraggiarsi. E’ anche e soprattutto a lui che Bettini rivolge massima attenzione. C’è infatti molto e ancora di più proprio a lui riservato con predilezione. A costui, profano come noi, ed a noi che esperti non siamo, in tutte le materie trattate nel libro, pare di cogliere in questo il “quid pluris” del lavoro. A nostro parere, infatti, essendo un libro” ben scritto” – lo dice Parsi nella prefazione-, conduce per mano qualsiasi avventore, fino a dentro le cose, in quel tempo così antico nei fatti e nei luoghi, come in un appassionante racconto, con una telecamera ci rende spettatori di cose accadute duemila anni fa, nella flotta imperiale, nella vita quotidiana degli uomini di bordo – quasi mai schiavi- dando subito la sensazione di essere dentro quelle cose da osservatori vicinissimi. Bettini conduce questa operazione, ecco perché dicevamo stupore multiforme, con una tavolozza di colori ricca di sfumature: con le foto, le mappe, le tele e le sculture di artisti inglesi dell’800 narranti, nell’Albert Museum di Londra, le gesta romane in Britannia, i disegni dell’epoca ; lo fa con le  parole, quelle sue e quelle, sapientemente analizzate, di Tacito o Plinio o Polibio (che, per esempio, riporta il tipo di imbarcazioni, le quadriremi, più usate dai Romani, sebbene meno potenti delle quinqueremi, perché ”.. poco costose e sufficienti  per imbarcare pezzi di artiglieria da lancio ed almeno una torre”. Ancora, quando non è lui a parlare, dà voce a Giulio Cesare nel “De Bello Gallico”, alla sua versione autocelebrativa dell’impresa britannica, ma anche a storici  romani, voci critiche come quella di Plinio il Vecchio “l’accusatore più duro”, che denuncia  i crimini occultati  nelle sue conquiste galliche “….un milione e duecentomila  galli uccisi” . Quest’operazione di collazione  filologica e storica Bettini però la fa   svolgendoci, fluida e leggera nell’eloquio, una trama o meglio, con un piglio giornalistico, ci porge con semplice  linguaggio:  il chi, come, dove, quando e perché, dando alla classica impostazione storiografica degli storici o tecnica dei filologi un quid che fa la differenza, cioè rende il libro di grande valenza divulgativa, di fruibilità per tutti quelli che sono appassionati di letture interessanti, agili, movimentate, multidisciplinari, di bellissime fotografie e mappe storiche. Il tutto, naturalmente, è proposto con l’enfasi agli aspetti navali e di marineria che solo un marinaio, appunto, può dare. Questo lavoro è un personale punto di vista di un uomo della Marina, delle letture originali (Giulio Cesare, Cicerone, Ovidio, Seneca, Strabone, Vegezio, Vitruvio, Plutarco, Polibio, Tacito, Plinio il Vecchio, Dione Cassio) e riletture della storiografia inglese (Webster, Gibbon ecc.) che degli eventi sono state date nel tempo antico (o più moderno). Il testo ci offre un’osservazione attuale della morfologia del tempo, in cui si compirono le gesta narrate, dei mari, fiumi, porti e contee inglesi solcate dai romani, riuscendo a svelarci quali parti di quegli antichi passaggi fosse solo celebrativa o poco attendibile, alla luce di un’attuale analisi dei luoghi. Bettini ha ripercorso anche le letture successive, che nei secoli  son state date, della conquista romana della Britannia come  azione storica, militare, strategica e politica condotta con un approccio multitasking, potremmo dire, da quei condottieri che in mare e poi in campo nell’entroterra, lungo i fiumi,  dispiegarono la forza di Roma con la F maiuscola, anzi, una forza superiore a quelle di altre conquiste condotte da Roma. Infatti essa, tradizionale potenza terrestre senza esperienza marittima, con queste tre spedizioni, con l’esperienza sul campo- in mare soprattutto-  ebbe l’occasione di far compiere a Roma  quel salto di qualità che la trasformasse da una potenza terrestre, attraverso tre secoli e per ben tre imprese, ad una maturazione e completezza della sua expertise militare marittima. La Marina e la flotta di Roma viene raccontata nei mezzi, negli uomini e nelle tattiche di dispiegamento, o logistiche di sostegno e supporto alle legioni che occuparono la Britannia, anche nella sua evoluzione a cavallo di due millenni. Il libro sembra un’enciclopedia,  frutto di studi storiografici minuziosi sulle fonti coeve agli eventi  o successive. Ancora, risulta la raccolta di illustrazioni e foto o riproduzioni di disegni e mappe frutto dei   sopralluoghi di Bettini nei siti riportati nel testo. Con il pretesto narrativo di illustrare le tre spedizioni di Cesare, Claudio e Costanzo, Bettini ci fa  vedere come la società del tempo giudicasse queste imprese, come e quali erano gli uomini ed i costumi sociali del tempo, la sfida mentale compiuta dai romani che osarono oltrepassare quella che era non solo una barriera geografica ma anche culturale, ammantata di timore, la  barriera  “ di un Oceano divinizzato fiume di confine  tra il mondo dei vivi e quello dei morti, in un contesto naturale  sconosciuto ed aspro come quello dei mari del nord.”
Dicevamo, il lettore non sarà deluso anzi rimarrà ammirato della bellezza delle pagine piene di fotografie, di sculture, monete auree, scavi archeologici, disegni di navi d’epoca greca e romana, ma anche di quelle usate dai vikinghi e dalle tribù galliche o britanniche, correlate al testo che ne segue passo passo l’illustrazione. Avvertiamo subito, non è un testo per soli esperti di marineria o di storia navale né un testo tecnico specialistico riservato ad iniziati. Il lettore comune avrà  in regalo  una sorpresa inaspettata per un libro di tale spessore comunque specialistico: l’onda lunga, lieve ma potente del pathos di un racconto da giornalista “embedded” nell’antica società romana, nelle retrovie delle Classis, al seguito delle triremi romane uscite devastate nella prima e seconda spedizione di conquista britannica in quanto, come ci anticipa nella prefazione Parsi, Roma non era una potenza navale ma terrestre e se anche vittorie aveva riportato nel mediterraneo (mare amico e conosciuto che non richiedeva grande expertise navale), era stato perché nel  bacino interno dell’Impero di Roma “nessun’altra potenza era in grado di opporsi o tenere testa alla potenza di Roma”. Scritto con velata  e umile maestria nel tenere il lettore attratto, incuriosito e sospeso tra le volute aeree delle righe, svolge  gli eventi con un dosaggio  alchemico di informazioni,  testi antichi tradotti dal greco in inglese e in italiano, foto e mappe antiche, che  lungi dal rendere la lettura noiosa e stancante, spingono invece a correre velocemente nella lettura per cogliere le decisioni prese dagli strateghi equestri e navali per portare dall’altra parte delle tremende correnti atlantiche queste antiche  forze di proiezione che inaugurarono, secondo Bettini, un modello  antico “expeditionary” secondo a nessuno al mondo, modello imitato dalle grandi potenze moderne. Scopriamo, grazie a questo testo, che Roma, partendo da una posizione di svantaggio navale dovuta sia alla misconoscenza delle maree e degli agenti atmosferici del Mare del Nord, ha partorito, portandola fino a secoli dopo, una vera geo-strategia di terra e di mare (rimane esclusa, naturalmente, la sola componete aerea). Gli esperti di studi militari avranno anche essi un “quid pluris” che i grandi storici non disdegnano mai: la conoscenza profonda e lo studio dell’uomo, l’analisi sociologica dell’uomo di mare romano, della sua estrazione sociale, provenienza etnica e formazione, fino al suo vestimento o al suo stipendio. Questa è la chiave del successo, la ricerca storica di documenti e corrispondenze, strumento eletto per raccontare la storia in modo educativo e non nozionistico o celebrativo. Nessuno come i romani che lo capirono migliaia di anni fa, meglio sapeva, dice Bettini, che non può esserci vittoria, pur del più grande esercito del mondo, senza una macchina perfetta di supporto logistico, capace di proiettare a migliaia di km. uomini e mezzi. Se è vero, come dice la riportata citazione che Bettini fa delle parole di Marziale “vive due volte chi riesce a godere del passato”, tutti hanno, abbiamo molto da imparare da questo libro.

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Guerra_e_mare

Ferdinando Sanfelice di Monteforte: “Guerra e mare – Conflitti, politica e diritto marittimo” – Mursia Editore
Recensione di Paolo Pagnottella
Ho molto apprezzato quest’opera alla quale riconosco di avere pienamente conseguito l’obiettivo che era negli intenti, rendere agevole al grande pubblico, nel quale si trovano insieme inevitabilmente esperti, appassionati o casuali lettori, una materia di fondamentale importanza per la comprensione degli avvenimenti di questo mondo. Questo tipo di progetto sembra sia sempre intrinsecamente difficile da raggiungere, poiché trattato ovunque poco professionalmente, anche in ambito universitario o divulgativo, afferendo materia purtroppo ignorata o superficialmente affrontata o di poca presa ed interesse nell’ambito della società italiana. Eppure, siamo un popolo di navigatori, di tradizione marinara come pochi altri al mondo e sul mare e dal mare ricaviamo il nostro benessere e la nostra sicurezza, in sintesi la nostra vita. Questo libro riempie un vuoto, colma un deficit e ridona fiducia a tutti coloro che invocano un maggior tasso di competenza e di dimestichezza con la materia marittima. Viene peraltro da un esperto quale pochi altri. L’Ammiraglio Sanfelice, infatti, parla dal giusto pulpito e dalla grande esperienza di uomo di mare che ha vissuto e lavorato ai più elevati vertici decisionali in materia di politica e strategia marittima, ossia NATO ed Unione Europea, nei quali ha rappresentato con merito e giusto apprezzamento la nostra Italia. Questo libro fornisce al lettore gli strumenti per meglio comprendere, per entrare “nel merito” e lo fa con mano leggera, semplice, accattivante. Per apprezzarne i contenuti, penso sia molto opportuno riportare la presentazione di cui l’opera si avvale, scritta da un marinaio a tutti noto ed al cui giudizio ci si possa serenamente affidare, l’Ammiraglio Giampaolo Di Paola. Eccola di seguito.

Guerra e mare, copre un arco storico e concettuale molto lungo, collegando idealmente vecchie e nuove sfide, vecchi e nuovi scenari sul mare e dal mare trae lezioni la cui applicabilità trascende l’ambiente marittimo e militare, proponendo chiavi di lettura la cui validità non sbiadisce nel tempo.
In un mondo globalizzato, il mare appartiene di diritto, insieme allo spazio e al cyberspazio, a quei global commons la cui gestione sii confronta periodicamente con il dilemma e controllo, uso proprio o viziato da interessi di parte. L’opera dell’Ammiraglio Sanfelice di Monteforte ne analizza tutte le sfumature che hanno accompagnato le vicende umane nel tempo, dalla guerra convenzionale, a quella “asimmetrica” e alle questioni relative alla tratta degli schiavi e alla pirateria, fenomeni che qualcuno si illudeva fossero estinti da tempo, mentre sono prepotentemente di nuovo balzati all’attenzione dell’opinione pubblica mondiale.
La forma che queste piaghe hanno preso ai giorni nostri è da una parte quella di certa immigrazione clandestina, dall’altra quella degli eventi nel Mare Arabico, in Oceano Indiano e nel Golfo di Guinea.
Il mare è fonte di vita. Lo è in particolar modo per un Paese come il nostro, che dal mare è quasi interamente circondato. Affinché le future generazioni continuino nell’opera di salvaguardia e sviluppo di tutte le attività legittime che sul mare e dal mare traggono giovamenti, è importante che conoscano e comprendano i principali eventi che hanno caratterizzato il nostro rapporto con la sicurezza delle aree marittime nei secoli.
Questo è il fine che si prefigge l’autore e questo è il motivo che mi spinge ad apprezzarne con ammirazione l’opera. Perché la conoscenza dona coscienza e la coscienza del mondo che ci circonda ci mette nelle migliori condizioni per affrontarne le sfide.

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La_vela_latina

Giovanni Panella: “La vela latina” – Ulrica Hoepli Editore
Recensione di Paolo Pagnottella
Pregevole opera nata, dice Panella, quasi per caso, a riprova che il caso, a volte, ci consegna ottime occasioni. Infatti, l’autore confessa di aver deciso di approfondire le vicende della vela latina mettendo ordine nel classico cassetto, al cui interno egli rinvenne una busta con alcune fotografie, ormai dimenticate. Gli scatti risalivano al 1975, ad un suo viaggio in Iran (allora si chiamava ancora Persia e c’era lo Scià) e riguardavano barche di pescatori sulle rive del Mar Caspio. Tutte avevano l’antenna e la vela triangolare. Panella sapeva che simile struttura velica era diffusa anche fuori dal Mediterraneo, ma la meraviglia era averla trovata su quelle remote spiagge, addirittura all’interno del continente asiatico. Conclusione: si è in presenza di un fenomeno culturale profondo, degno di essere esplorato ed approfondito. La vela latina rappresenta così ben più di un semplice strumento, assurge ad una delle espressioni che hanno inciso profondamente e quasi simboleggiato l’avventura umana sui mari. L’autore dedica perciò la sua attenzione alla vela latina perché rappresenta un tangibile elemento di continuità della nostra storia per più di tredici secolie perché, giungendo a mantenere la sua validità fino ai nostri giorni, rappresenta uno straordinario protagonista della cultura marinara, tanto più oggi che ritorna quantomai vivo un senso di riappropriazione, riscoperta e valorizzazione della marineria del passato. La vicenda della vela latina è senz’altro complessa, resa – dice l’autore – ancor più ingarbugliata dal fatto che a navi diverse, nel corso della storia, sono stati attribuiti gli stessi nomi. Egli parte dunque dalla ancor controversa origine del nome stesso che, pur potendo essere associato alla civiltà di Roma deriva, secondo alcuni, più dalla sua forma a tre angoli, ossia “trina”, con pochi o nessun riferimento alla romanità. Altri sostengono che il nome sia stato attribuito dai marinai del nord Europa, che la videro nei mari latini quando, nel Medio Evo, essi si spinsero fino al Mediterraneo. Vi sono anche studiosi che sostengono che l’origine vada ricercata addirittura nell’Oceano Indiano, dato che esso ed il Mediterraneo sono sempre stati collegati da quella mitica “rotta delle Indie” che, fin dai tempi remoti, andava dal Baltico al Pacifico via istmo di Suez. Tutti si basano su mosaici, cartografie, immagini e reperti che man mano si scoprono approfondendo le ricerche e che nel libro sono sapientemenmte ricordati ed illustrati con dovizia e affascinante successione. Rimane a fattor comune che questa vela ebbe e rivive oggi uno straordinario successo, dovuto alla sua capacità di “stringere il vento” e scaricare la pressione dello stesso dalla tela alla “antenna”. Se vi sembra questo un linguaggio da esperti, significa semplicemente che questo tipo di vela riesce a far risalire la barca controvento fino ad una angolazione molto maggiore della vela quadra ( comunemente usata nell’antichità e presente ancor oggi, per esempio, sul mitico “Vespucci”) e quindi si presta ad un utilizzo maggiormente efficace sotto costa, laddove occorre correggere di frequente la rotta ed il regime dei venti è mutevole (situazione tipica della navigazione mediterranea). Questo elegante, bel volume, corredato di un parco di immagini appropriate e suggestive, rappresenta quindi un esaustivo compendio in materia di vela latina, accompagnando il lettore con una prosa accattivante fino alla comprensione piena del suo sottotitolo: perché la latina è più di una vela. Così, siamo condotti per mano alla scoperta dei velieri che hanno segnato epoche storiche, siano essi militari o da cabotaggio, alla conoscenza essenziale dei grandi viaggi e delle migrazioni, dei fenomeni ancor oggi connessi alla navigazione, come la pirateria, fino ai progetti per il suo futuro. Excursus gradevolissimo, lieve ed approfondito nello stesso tempo, ricco di informazioni e novità, su un sistema talmente marinaro da assurgere a suo simbolo che, dal profondo passato, arriva ancor oggi vivo, vegeto e vitale, con un grande futuro sia dietro che davanti alle spalle . Ho, infine, particolarmente apprezzato , in appendice, la divulgazione delle tecniche delle principali manovre ed il glossario dei termini marinari, indispensabile a tutti coloro che si avvicinano alla materia e vogliano orientarvisi : un gesto molto significativo, un bell’omaggio dell’autore a coloro che intendano, con questa lettura, divenire un po’ o un po’ più marinai. Musica per le orecchie ed il cuore di coloro che, da buoni marinai, vorrebbero che la cultura marinara, fondamentale per vivere in questo mondo, fosse più conosciuta e diffusa, primi passi per essere amata.

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Malta_1940_1943

Enrico Cernuschi: “Malta 1940-1943 – La storia inconfessabile” – Inedibus editrice
Recensione di Paolo Pagnottella
Ancora un’opera coraggiosa e certamente assai accurata, nelle ricerche e nei dati che ne sono alla base. Cernuschi è autore ormai noto per la sua “carica” contro “i falsi testimoni, i falsi profeti e, soprattutto, gli indignati speciali che… proliferano ancora oggi nell’ambito della storia popolare italiana di argomento militare e navale”. L’autore punta dunque dritta la prora contro la vulgata supinamente accettata e parla, con innegabile logica suffragata dagli elementi che – basta andare a cercarli, ma bisogna saperlo fare – emergono dalle carte (ex) segrete del Gabinetto di guerra di Sua Maestà Britannica, della vera storia di una campagna navale dai più dimenticata e da tantissimi contraffatta. In più, vi è da considerare che sull’argomento insiste anche l’opera, a posteriori ed a tavolino, messa in atto nel dopoguerra, in cui rapporti di missione furono alterati, vittorie inesistenti furono moltiplicate, numeri e statistiche piegati ad usum del vincitore. Sergio Romano ebbe ad affermare che “non tutte le idee strampalate meritano di essere corrette o contraddette, molte scompaiono da sole, schiacciate dal peso della loro assurdità”. Ebbene, Cernuschi non aspetta che la “questione Malta” scompaia da sola ma provvede a fornire una vigorosa spinta affinché l’argomento ritorni alla ribalta nella corretta ottica e nelle dovute proporzioni. Obiettivo certamente non facile ma affrontato con il ben noto piglio del ricercatore “che non la beve solo perché l’ha detto Tizio o Caio”. Per dimostrarlo, basti partire dalla conclusione: l’impossibilità materiale e dottrinaria da parte italiana o tedesca di occupare Malta nel 1940, nel 1941, nel 1942 ed ancor più nel 1943. Si parte allora con un corposo riepilogo delle vicende storiche maltesi, indispensabile prodromo alla comprensione sia della reale situazione pre-bellica sia delle tante fandonie divulgate sulla medesima a copertura di malafede ben radicata su lacune culturali, geografiche e politiche. Spazio adeguato trova anche la cronica, assurdamente tollerata mancanza di collaborazione fra Marina e Aeronautica, quest’ultima dedita a “contorte acrobazie mentali” volte proprio a frenare o ritardare le iniziative dei marinai. Proprio gli studi della Regia Marina nel corso degli anni vengono esaminati con lucida e spassionata critica, dall’uso di mezzi d’assalto speciali fino al classico imbottigliamento dello stretto imbocco del Grand Harbour maltese. Ma dopo anni e svariati piani, ecco la conclusione: non ci sarebbe stata nessuna invasione e nessun attacco senza preavviso, solo una battaglia d’usura, quella che Cernuschi definisce “il genere di confronto che vedeva, per principio, l’Italia perdente nei confronti dello sterminato Impero britannico”. La realtà dell’isola, a maggio 1940, era chiarissima: fortezza ben presidiata (aveva raddoppiato la sua guarnigione, portandola a due brigate), centinaia di mezzi per trasporto truppe, in grado di spostare rapidamente un battaglione ovunque necessario, 34 cannoni in difesa costiera, 24 fotoelettriche e almeno 12 aerei ( gli stessi britannici saranno poi costretti ad ammettere che fu una trovata dell’immaginazione di un prolifico giornalista la storiella dei soli tre, soprannominati Fede, Speranza e Carità). Così, l’arcipelago maltese fu destinato ad essere “sterilizzato” dall’aria (come da ordine del Maresciallo Badoglio il 18 giugno 1940) mentre il suo scopo strategico, dal lato britannico, fu costituito sul contrasto al traffico navale italiano con l’Africa Settentrionale (con esiti davvero per noi sorprendenti, a reali e documentati conti fatti). Ecco allora susseguirsi altri piani (come la famosa “Esigenza C3”), l’approntamento di mezzi vari per uno sbarco, la pianificazione di colpi di mano aviotrasportati o paracadutati, via via che il tempo trascorreva e gli eventi procedevano nel loro drammatico corso. Cernuschi analizzando, come detto, le carte “most secret” del Gabinetto di guerra inglese, prova anche a tirare le somme e arriva a conclusioni davvero “fuori schema”: l’arcipelago non sarebbe mai caduto per fame e l’efficienza bellica di Malta (benzina, difese costiere ecc.) non fu mai in pericolo, per tutta la durata della guerra. Fu dunque esatta la valutazione fatta dalla Regia Marina nel giugno 1942: gli Inglesi avrebbero resistito fino all’ultimo maltese. Seguiamo così anche l’ipotesi di arrivare a Malta “via Gozo”, ossia sbarcando su quell’isola attigua e priva di difese per poi procedere da lì al bombardamento ed al “passaggio” sull’isola maggiore, piano accuratamente preparato e sostenuto dalla Regia Marina e condiviso anche da Mussolini ma bocciato sia dal Comando Supremo (al grido o Malta o niente) sia dall’indispensabile alleato tedesco. Curioso poi come, pur di neutralizzare quella base avversaria, fu anche messo allo studio l’utilizzo di “dischi volanti” ossia proietti autopropulsi a forma di disco ideati dall’ing. Belluzzo (progetto e sperimentazione passati poi ai Tedeschi, unici in grado nel 1943 di allestire i necessari propulsori). Non furono i bombardamenti, dunque, ma lo sbarco angloamericano nel Nord Africa francese (8 novembre 1942) a cambiare la natura della guerra in Mediterraneo ed i rapporti di forze, anche se il “colpo di coda”, ovvero l’utilizzo da parte tedesca delle bombe radioguidate FX-1400 (quelle, per intenderci, che affondarono la “Roma” e certamente note a noi Italiani) contro la concentrazione di navi alleate nel Grand Harbour, avrebbe potuto – forse – cambiare le sorti o ritardare gli eventi. L’ultimo dei 1206 bombardamenti su Malta, nella notte del 20 luglio 1943, non conseguì tuttavia lo scopo sperato. L’8 settembre successivo – guarda caso giorno della festa nazionale maltese – l’Italia uscì dal conflitto e Malta tornò a nuova vita. Valeva la pena, si domanda infine l’autore, per gli Inglesi difendere fino all’ultimo quelle isole, se per farlo la Gran Bretagna dovette noleggiare 2 milioni di tonnellate di naviglio dagli Usa, consegnandosi così, mani e piedi legati, ai vecchi rivali? La difesa dell’arcipelago aveva fruttato troppo poco mentre era costata troppo, conclude. Lavoro affascinante, perché costringe il lettore a riflettere ed a considerare nella partita anche elementi concomitanti, finora rimasti segreti o, se pur noti, artatamente alterati, così come anche fattori volutamente considerati marginali, in una revisione organica e logica di situazioni e conclusioni che merita certamente il plauso di ogni appassionato della nostra storia navale, quella studiata e riletta seriamente, però.

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Riccardo Mattoli: La tragica fine della R.Corazzata Roma nell’inedito manoscritto di un Ufficiale superstite”
Gangemi Editore
Recensione di Paolo Pagnottella
Quando il 9 settembre 1943, alle ore 1545 circa, la corazzata “Roma” venne colpita, si trovavano a bordo 1848 marinai (114 Ufficiali, 224 Sottufficiali e 1511 Sottocapi e Comuni). Nell’affondamento della Nave, perirono 1227 marinai ed altri 26 morirono in seguito alle gravissime ferite riportate, portando così il totale a 1253. 596 furono i superstiti che – dice l’autore – portarono sulla propria pelle fino alla fine dei loro giorni il segno di quel dramma. Fra questi anche Franco Mattoli, classe 1920, che Riccardo sapeva essere suo parente già Ufficiale della Regia Marina ma di cui ignorava la storia e soprattutto che fosse l’autore di un diario. Una fortuita circostanza lo porta in contatto con una cugina, Rosanna, figlia di Franco, la quale conservava quella preziosa testimonianza. Ella, appreso che Riccardo era stato anche lui Ufficiale di Marina, gli consegna quel prezioso manoscritto, lieta che venisse pubblicato. Nel campo della diaristica , le opinioni sono spesso contrastanti: c’è chi ne confina la validità alla sola cerchia famigliare, chi va alla ricerca delle curiosità, chi ancora ritiene inutile la voce di “chi c’era”, confinandola al “particulare” privo di spessore storico. Questo manoscritto,invece, appartiene senz’altro alle testimonianze di sicuro interesse , contribuendo ad approfondire la conoscenza di circostanze e climi di quei giorni e dunque della storia del tempo e dell’evento. Non è un semplice resoconto di un Ufficiale abituato a redigere rapporti ai superiori, ma una commovente, appassionata e intima testimonianza di cosa si diceva a bordo, dei pensieri che agitavano quegli uomini che sarebbero poi divenuti, tutti, protagonisti di uno degli eventi di maggiore rilevanza nella storia della nostra Marina e non solo, dell’Italia. Ecco allora, in crescendo di pathos, interrogativi, dubbi e stati d’animo, le ore che precedettero l’annuncio dell’armistizio, la partenza per quella che sarebbe poi stata l’ultima navigazione, gli interminabili momenti del bombardamento aereo e le teribili sofferenze fisiche e psicologiche dei pochi superstiti scampati all’orribile morte ed il sacrificio dei più, che persero la vita per onorare la Patria e il giuramento prestato. Il manoscritto era rimasto in un cassetto e mai pubblicato ed un mio apprezzamento particolare va all’autore ed all’editore per avere avuto l’originale, bellissima, affascinante idea di presentarlo in questa forma accattivante, con la versione calligrafica originale sulla pagina di sinistra e quella a stampa sulla pagina destra, quasi a rimandare la vista dall’una all’altra in un sapiente gioco di attrazione dell’ interesse. Quanti spunti, quante riflessioni e quali osservazioni! Pare quasi di essere lì, a bordo, con quegli uomini di sentimenti e caratteri così diversi eppure così solidarmente uniti nel destino e nei corridoi e ambienti della stupenda Nave. Così, curiosamente, l’autore narra di avere accompagnato un giorno, a Taranto, alcuni militari tedeschi dell’”Afrika Korps” a visitare la nave: “Fein, kolossal!” questo il loro annotato commento cui Franco aggiunge:”chi non avrebbe riso se allora qualcuno avesse detto che proprio per opera tedesca quei cannoni avrebbero per sempre taciuto?”. E dopo l’angosciosa partenza notturna da La Spezia per destinazione ignota, ecco la notazione:” triste realtà della nostra terra di nuovo calpestata dallo straniero, ancora una volta, come così spesso era successo nella nostra storia, due popoli stranieri tra di loro in lizza avevano scelto il nostro paese come campo di battaglia.” Ed alla vista di un ustionato gravissimo, bendato interamente ma silente, senza un gemito, esclama con rara, altissima forma di poesia :” Un Cristo torturato mi parve, povero figliolo, non so se dal gran martirio reso insensibile o se da sovrumana volontà avesse attinto la forza del silenzio del suo patimento”. E conclude con un epitaffio che deve far riflettere: “La Nave col nome di Roma s’inabissò –fu un simbolo – la Patria periva con essa.” Il diario fu scritto durante il periodo dell’internamento alle Baleari, dal 26 settembre al 30 ottobre 1943, poco dopo quindi il tragico affondamento, testimonianza lucida e priva dei possibili condizionamenti dovuti agli eventi bellici ed a quelli politico-istituzionali che si succedettero in Italia nei giorni e negli anni successivi all’otto settembre 1943. La nostra lettura si chiude con un profondo senso di partecipazione alle sofferenze fisiche e morali: la Provvidenza salvò Franco dalla morte ma la vicenda gli creò una profonda ferita che neanche lo scorrere del tempo fu in grado di lenire. Ne fa fede il lungo silenzio che ricoprì questo diario per oltre settant’anni, come le acque fecero con la protagonista, la Regia Nave “Roma”. Ora tutti due sono tornati in evidenza, il relitto della corazzata da poco ritrovato e questo diario, sempre insieme, corpo unico, come giusto e forse segnato dal destino.

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