Recensioni
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Recensione di Paolo Pagnottella
Sono molto grato all’amico Comandante Giorgio Dissera Bragadin per avere chiesto a me, piccolo cultore della storia navale nazionale, di presentare questa sua opera.
Credo però che abbia voluto, oltre che concedere l’onore all’amico, ricevere una sorta di imprimatur dal Presidente dell’Associazione che riunisce i Marinai d’Italia.
In questa doppia veste non posso sfuggire: sostengo da sempre che in Italia esista un pauroso deficit di cultura marinara ed ora non posso che gioire di fronte a questa magnifica opera che viene a colmare, per la sua parte, quel vuoto che vado denunciando. Giorgio è un bravo marinaio, pienamente degno di questo titolo a volte misterioso, troppe volte negletto, quasi sempre ignorato. Così come tutti (o solo?) i bravi marinai, egli è un onesto intellettuale e perciò stesso attendibile e corretto. Non solo ama la materia, ma non si stanca di ricercare e valutare. Di più, elenca, descrive, racconta con garbo, con precisione, con accuratezza e non tralascia l’anedottica, la storia minore, quella che custodisce e rende piacevole la grande storia. Così, una storia importante come quella della Veneta Marina dalla sospensione del Gran Consiglio ai moti indipendentistici del 1849 riappare alla memoria e all’attenzione, se mai si fossero in qualcuno sopite: e fa riprendere a quel periodo storico il posto che merita nel contesto della più grande evoluzione della storia navale nazionale. Già, proprio quel 1849, l’anno dello spegnersi della fiammata nazionalista, l’anno della restaurazione e del forzato rinvio del ricongiungimento alla Madre Patria: solo rinvio, perché Garibaldi sta per irrompere sulla scena e scatenare quel processo unitario che proprio in questi giorni vede la celebrazione del suo 150° anniversario. E Venezia rimane così in primo piano, non sullo sfondo: i Mille partiranno poi per Marsala, arriveranno a Napoli, Garibaldi si ritirerà a Caprera ma… Venezia si è fatta avanti, si è meritata la sua Medaglia d’Oro al Valor Militare e si propone quale attore principale di quel grande fenomeno sociale, politico e militare che sarà il Risorgimento.
Giunge dunque a proposito questa opera, che a pieno titolo possiamo incastonare fra quelle celebrative dell’epopea risorgimentale e che serve, inoltre a sottolineare che la Marina della Serenissima, da cui deriva, senza ombra di dubbio e senza soluzione di continuità, la nostra attuale grande Marina italiana, rimane pur sempre l’unica cosa di cui vantarsi in Italia dalla caduta dell’Impero Romano al Risorgimento, le cui mosse appunto trovano origine nell’anno in cui termina questa rassegna.
La narrazione è arguta, lineare, tanto da far scorrere nella memoria e nell’immaginazione quelle vicende con una naturale presa sulla fantasia, quasi a stimolare la voglia di saperne anche di più. Ci dice, insomma, che non tutto finì con l’arrivo dei napoleonici, non tutto riappare per miracolo nel 1849, c’è una continuità che non può essere ignorata. Eccola allora riemergere così vivida e frizzante da proporre ipso facto che Dissera Bragadin (nomen omen) non voglia lasciarci ignari del prosieguo, almeno fino all’unità d’Italia. Grazie, Giorgio, per questo tuo impegno che ogni marinaio apprezza e che sarebbe bello se fosse apprezzato da tutti, soprattutto coloro che pensano essere la cultura una insostituibile componente dello spirito dell’uomo. In italia c’è bisogno di maggiore cultura marinara e di maggiore numero di marinai.
Ricordo una frase che il grande Joseph Conrad scrisse nel suo celebre e bellissimo “Cuore di tempesta”: “i marinai, una razza scontrosa e fedele, vigorosa e fiera, capace di ogni rinuncia e dedizione, con i suoi riti, i suoi usi, il suo coraggio e la sua fede”.
Grazie, marinaio Giorgio Dissera Bragadin, tutti i, Marinai d’Italia ti ringraziano e ti rinnovano, con me, la loro stima con l’augurio che davvero questa tua fatica ottenga il successo che merita.
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Recensione di Paolo Pagnottella
In questo lavoro dedicato all’Aviazione della Regia Marina, l’Ammiraglio Galuppini – socio dell’ANMI, autore assai noto nell’ambiente degli studiosi della storia della nostra Marina – ha scelto di rievocare l’evoluzione sotto uno degli aspetti troppe volte ignorati, cioè quello ordinativo e normativo, senza il quale quello storico-operativo non sarebbe comprensibile. Ne è nata un’opera di grande interesse, rivolta ad un pubblico di appassionati e cultori. Frutto come al solito, di una meticolosa ricerca degli strumenti normativi che hanno regolamentato la specialità aviatoria in Italia, con interessanti ed appropriati cenni a quanto contemporaneamente realizzato all’estero.
E’ proprio attraverso i provvedimenti legislativi e amministrativi, studiati all’epoca in una interessante ed originale prospettiva, passati in rassegna che l’autore ricostruisce le realizzazioni aviatorie portate a termine dalle allora uniche due Forze Armate del Regno, sia separatamente, sia in collaborazione.
A contorno della trattazione, si analizzano anche i profili dei più illustri personaggi coinvolti, nonché le caratteristiche tecniche di dirigibili, aerei e idrovolanti adottati sia dal Regio Esercito, sia dalla Regia Marina fino alla costituzione dell’indipendente Regia Aeronautica nel 1923.
L’impostazione prescelta dall’autore privilegia l’esposizione delle materie, quali l’organica e la logistica, che fecero grande e universalmente stimata la Forza Aerea italiana in quel periodo. Gli sconfinamenti nell’uniformologia e nei regolamenti retributivi servono egregiamente a completare il quadro.
L’opera si arresta al 1925, anno in cui si realizzò il trapasso di competenze, installazioni e di materiali dalla Forza Aerea della Regia Marina al Commissariato dell’Aeronautica. Il sintetico e doveroso accenno alla ricostruzione, sempre sotto l’aspetto normativo, dell’Ispettorato dell’Aviazione della Marina nel 1950, dell’Aviazione Antisommergibile nel 1957 ed infine dell’Aviazione di Marina nel 1989 forniscono lo spunto per un completamento del panorama.
Scorrevole nella prosa, approfondito, a volte erudito, il volume appassiona esperti e neofiti, perché penetra in una materia importante, non marginale e certamente di grande fascino.
Lo fa con la ben nota e consueta eleganza cui l’Ammiraglio Galuppini ci ha abituato.
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Recensione di Paolo Pagnottella
Ritengo si tratti di un’opera fondamentale per la conoscenza degli avvenimenti che riguardarono le navi della Regia Marina all’atto dell’armistizio e subito dopo. L’autore, infatti, figlio dell’Ammiraglio di Squadra Franco, all’epoca direttore del tiro del Cacciatorpediniere “carabiniere” (una delle unità protagoniste degli avvenimenti qui narrati) ricostruisce minuziosamente e linearmente quanto accaduto sulle navi e agli equipaggi della squadriglia che ricevette l’ordine di distaccarsi dal grosso della Flotta da Battaglia e provvedere al recupero dei naufraghi della corazzata “Roma”, spezzata in due e affondata da una bomba tedesca al largo dell’Asinara. Giuliano Marenco si è ovviamente avvalso della testimonianza diretta del padre ma ha anche allargato l’indagine agli altri comandanti, ufficiali e membri degli equipaggi, così da poter organizzare una vera e propria “storia”, con tutti i suoi eroismi, disperazioni, difficoltà e punti di luce e di ombra. Dopo il recupero dei poveri resti dei caduti e dei numerosi naufraghi ancora in vita (tanti dei quali, orrendamente ustionati, non sarebbero ro sopravvissuti alla traversata) il comandante della squadriglia, capitano di Vascello Giuseppe Marini, esaminata la situazione nei porti italiani (dai quali provenivano notizie disparate e quasi tutte riguardanti la presa da parte tedesca) e soprattutto la necessità che fosse portato urgente aiuto medico ai naufraghi che riempivano ponti e sottocoperte, decise di far rotta sulle Baleari. Qui emerge l’ambiguo comportamento delle autorità spagnole, che concedono lo sbarco dei feriti gravi (molti saranno anche rimandati a bordo) e dei cadaveri ma non agli equipaggi. Rifiutato il rifornimento di nafta, dopo varie azioni diplomatiche e altalenanti voci di rilascio, giunse invece il perentorio ordine d’internamento. La parte centrale del libro mette in risalto proprio questi sedici mesi, dove emergono i contrasti con gli spagnoli, quelli interni alle varie navi, quelli fra uomini della stessa nave: il tutto, avendo a fattor comune la pressoché totale assenza di notizie dalla Madre Patria, dalle famiglie e del destino delle altre navi, lasciate in navigazione verso un porto sconosciuto quel pomeriggio del 9 settembre. La vita dei marinai a bordo, la scarsità di denaro e di approvvigionamenti, la sempre difficile opera di comando degli Ufficiali fanno penetrare quella situazione, ne fanno apprezzare l’intima essenza, riportano all’attenzione la splendida figura del Comandante Marini, che brilla su tutti per determinazione, senso dell’onore, fiducia in se stesso, certezza del pensiero. I rapporti con la popolazione civile dei luoghi d’internamento meritano un discorso a parte: gente che ha subito compreso il dramma intimo dei nostri marinai, ne ha alleviate in qualche modo le tribolazioni, ne ha seppelliti con cristiana partecipazione i defunti. Le vicende politiche connesse, dalle pressioni tedesche al comportamento degli Alleati, fanno da sfondo e contorno, così come le azioni della nostra Ambasciata e dell’Addetto Navale a Madrid, Capitano di Vascello Muffone. Il quadro è così completo, dando modo al lettore di seguire passo passo, con partecipazione, quasi con sofferenza queste vicende di cui poco o nulla si è scritto. Giunge dunque quest’opera a “tappare la falla”, e lo fa in maniera egregia, senza magniloquenze o trionfalismi, senza accuse e senza sottolineature, che siano politiche o ideologiche, restituendo al marinaio, all’uomo che è chiamato a vivere gli eventi e i drammi in prima persona il ruolo che gli compete, il centro dell’attenzione e della storia.
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Recensione di Paolo Pagnottella
E’ la prima volta che viene recensita su queste pagine l’opera che, grazie all’assiduo impegno ed alle amorevoli cure di due esperti del calibro di Giorgio Giorgerini ed Augusto Nani, pone l’Italia fra le più autorevoli Nazioni nel campo della editoria navale, della classificazione del naviglio e dell’analisi politica navale. Oltre alla ben nota e tradizionale chiarezza dei dati e delle immagini, che ne rendono facile la lettura e veloce ogni ricerca, l’Almanacco evidenza una accurata selezione delle informazioni di base: sono queste che consentono, prima di ogni altra considerazione, di allestire un testo autorevole, pregevole ed esauriente. Vi sono riportate tutte le Marine Militari del mondo e, assieme alla classificazione tipologica delle unità, ogni maggiore Nazione che gioca un ruolo o ha parte nello scacchiere geo-strategico, viene corredata di una analisi così ben delineata e precisa da consentire al colto ed all’inclita la successiva disamina dello strumento navale con quella necessaria, indispensabile conoscenza di base delle motivazioni delle scelte e degli orientamenti. Il testo assume così la veste di vera e propria “guida” alla marittimità mondiale che lo fa assurgere a libro-guida, indispensabile a tutti coloro che vogliano approfondire la materia, parlare dell’argomento, discutere o anche semplicemente goderne il profumo di una semplice passione.
Poco o nulla importa che nella presente edizione alcune voci inerenti i “dati strategici” (p.es. valori economici o di bilancio, consistenze numeriche ecc.) siano state lasciate in bianco: ciò corrisponde, per ammissione stessa degli autori, ad una precisa e motivata scelta, quella di non spacciare per attuali dati che la forsennata accelerazione degli eventi recenti e la tumultuosa evoluzione in atto, condite da una crisi economica senza precedenti, fanno ritenere superati o comunque poco attendibili, strumenti cioè onestamente inutilizzabili.
Insomma, con una correttezza intellettuale davvero unica, Giorgerini e Nani dicono che la situazione attuale, a qualunque momento ci si debba fermare per andare in stampa, va vista ed interpretata alla luce di uno scenario politico, economico, strategico i cui elementi costituenti sono in così rapida evoluzione e trasformazione da non poter essere presi in esame neppure se riferiti da un anno all’altro. Inoltre, quasi tutte le Nazioni hanno in atto, o ideato progetti di ristrutturazione che, dovendo fare i conti con dati economici, crisi finanziarie e sociali ancora in atto, possono solo essere immaginati o intravisti e quindi non assumibili per certi.
Questa, dunque, non è solo la fotografia dello “status quo” della marineria da guerra mondiale, è un ottimo esercizio di riflessione e di considerazione per tutti, esigenti cultori della materia, neofiti o appassionati.
A ben leggerlo, si vede l’oggi ma si individua già il domani e siccome le basi dell’opera sono solide, il pensiero sperimentato, do per conto ed acquisito che l’autorevolezza tutta italiana, ampiamente e meritatamente acquisita dagli autori, ponga ancora una volta sul livello dell’eccellenza in campo mondiale questa loro periodica iniziativa.
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Recensione di Paolo Pagnottella
Nell’intento di segnalare ai nostri Lettori opere meritorie di lettura, ma non necessariamente sempre e solo saggistiche, ecco un romanzo che trae il suo impianto dalla storia di un milione di dollari stanziato per pagare una tonnellata di cocaina e che sparisce assieme alla merce. Ciò avvia spasmodiche ricerche sia da parte dei fornitori sia dell’ufficio DEA di Cartagena. Sullo sfondo di una Colombia a volte romantica e tradizionale, altre violenta e cinica, si svolge la vicenda del capitano Jean Paul che, di ritorno da una lunga navigazione, avvia una piantagione di palme in società con un vecchio medico apparentemente lunatico.
Emblematica figura è quella dell’ammiraglio colombiano Nelsen che mette in atto un piano per intimorirlo al fine di imporgli l’impianto di coca nella sua piantagione. Ma Jean Paul riesce a sfuggire alle sue trappole e alle minacce.
Se la storia in sé è avvincente, nuova è la maniera di svolgere il tessuto narrativo, i toni e le caratterizzazioni dei personaggi. Il motivo fondamentale dell’opera, oltre a voler dare a conoscere la meravigliosa natura colombiana, sta nel presentare quei perversi meccanismi, spesso ignorati nelle società opulente, che producono danni sociali irreparabili. Si vuol dare al lettore una visione organica del complesso ciclo della coca che va dalle piantagioni, ai modi e mezzi per la diffusione usando uomini insospettabili, spesso posti sotto ricatto e con tappe sanguinose.
Per fortuna, il bene trionfa sul male, risolvendo il conflitto tra personaggi dotati di etica positiva e altri ceffi la cui sola dimensione è l’infamia. La speranza che promana piena dal libro, è di recupero dei veri valori morali.
Si nota il registro della superiorità di grado dell’eroe rispetto agli altri personaggi ma si sottolinea che l’ambiente resta fortemente turbato o manipolato dagli interessi di forze occulte legate al male.
Il narratore sceglie di esporre la storia ma non parteggia, lasciando al lettore la discrezionalità di giudicare i personaggi, e così facendo l’attenzione del lettore sarà ingaggiata fino alla chiusura dell’opera.
La tecnica costruttiva di questo thriller d’azione è l’incastro con cui, scena dopo scena riesce a presentare con intensità emozioni, atmosfere naturalistiche e magiche (foreste, anaconda, stregoni e indios, fiumi irruenti, mare caraibico colorato e tiepido), un ambiente tropicale ai primi posti nel mondo in quanto a biodiversità. Il narratore esplora animi, natura, norme sociali con il filtro dell’immaginazione e dell’osservazione tipicamente sociologica.
Trovo splendida la lezione che se ne ricava. La cultura del denaro facile, senza rispetto delle norme tipica di un certo ambiente che vive grazie alla richiesta di stupefacenti, può essere cambiato, ma è necessaria una riformazione della coscienza e se ciò potesse iniziare e avvenire partendo dalle pagine di un romanzo, sarebbe auspicabile.L’Autore: Luigi de Rosa, congedato nel 1970, è socio del Gruppo ANMI in Lugo di Romagna, insegna sociologia presso l’Università del Meta in Colombia. E’ al suo secondo romanzo. Il primo, Mare Amaro, fu pubblicato a Roma nel 1983 dal compianto editore Francesco Chiari e sponsorizzato da diverse organizzazioni, tra cui la Presidenza Nazionale ANMI.
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Recensione di Paolo Pagnottella
E’ stata una scelta coraggiosa quella dell’Ammiraglio Favre di andare a ripercorrere le tappe della Grande Guerra vista dalla parte e con gli occhi della Marina. Perché di quella Guerra (nata per porre fine a tutte le guerre e se ne sono poi visti i risultati!) sono stati scritti volumi e volumi sulle vicende terrestri, che sono state sì componente determinante e quantitativamente rilevante dello sforzo bellico nazionale, ma non potrebbero essere comprese e analizzate compiutamente senza l’efficace e in tantissimi casi risolutiva azione della componente navale. Qui si delinea con grande senso della misura ma con precisione quella che, da allora in poi, sarebbe stata la variegata accezione del termine “navale”, che passa da pura e semplice azione sul mare da parte di navi e naviglio alla pianificazione e condotta di operazioni navali complesse, anfibie, di mezzi subacquei e insidiosi, aeronavale, difese costiere e produzione bellica, logistica complessa, pianificazione dello sforzo in chiave di risorse umane ecc. Insomma, nasce quella scienza come oggi la intendono tutti gli specialisti e sintetizzabile nel detto “sul mare, sotto il mare, sopra il mare, dal mare”. La moderna forma di guerra navale così ampliamente intesa nasce proprio in quella guerra e Favre ne ripercorre la storia così che, partendo dalle forme disgiunte e quasi naturalmente parallele si arriva al quadro completo e integrato del contributo, ancora una volta decisivo e innovativo, della Marina Italiana e dei suoi Capi. Devo esprimere all’amico Franco Favre un sentito apprezzamento per quest’opera, che rappresenta come poche altre non una semplice rilettura dei fatti e dei personaggi e dei luoghi e delle navi ma un insieme interpretativo che lascia pochi spazi alle incertezze e traccia la storia, tratta dai documenti, dalle testimonianze e dalle analisi, dalla quale si potrà quindi partire se e quando si volessero sviluppare tematiche specialistiche o sintesi di parti di essa. In fondo, un puzzle ben ricostruito, un’opera che giudico quindi non solo interessante perché affrontata da diverso e nuovo punto di vista, ma soprattutto rivitalizzante il periodo cruciale per tutti quelli che volessero affrontare poi ogni altro periodo successivo del secolo scorso (e forse anche del primo scorcio dell’attuale). Valore non da poco e per pochi, anche in ragione dell’approccio, non paludato, non ammantato da rivelazioni o sensazionalismi bensì semplice, scorrevole, narrativo, accattivante. Trovo qui molto del carattere dell’autore, che ho avuto il piacere di avere diverse volte alle mie dipendenze e che conosco in tutta la sua profondità di pensiero, impegno professionale e serietà d’intenti. Credo, in sintesi, sia un testo che non dovrebbe mancare nelle librerie degli appassionati (e non solo di Marina) e sui banchi delle Accademia Militari: riconcilia con gli storici non di professione e con una divulgazione piana ed efficace senza mai essere troppo semplice o sintetica, operando quindi un piccolo miracolo editoriale che mi auguro non rimanga unico e sia anzi il preludio ad altri contributi di tale fatta.
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Recensione di Paolo Pagnottella
L’Arsenale di Venezia è uno di quei luoghi simbolo allo stesso tempo di una cultura e di un’ignoranza abissale: la cultura si nutre di conoscenze, di approfondimenti, di dibattito, l’ignoranza subisce il fascino della visita frettolosa, della scopiazzatura di altrui opinioni, della superficiale patina di alcune nozioni. Tutto e il contrario di tutto si è sentito e letto su questo complesso architettonico, artistico, industriale e sociale unico al mondo, sul cui destino pesano purtroppo interessi inconfessati e cupidigie (non tanto coperte), prima e oltre la sua stessa e naturale vocazione.
Quest’opera dotta, approfondita, curata e lineare, pur nella sua complessità, non mi sorprende, scritta com’è con la medesima vivacità dell’oratoria di cui ho ampiamente sperimentato l’efficacia nel corso della mia pluriennale esperienza a fianco dello scrittore. Egli, infatti, rappresentava la punta di diamante della Commissione Scientifica che faceva parte integrante del Comitato Progetto Arsenale, istituito su una brillante idea e per opera della Marina Militare ai tempi del mio comando dell’Istituto Studi Militari Marittimi che aveva (ed ha tuttora) sede proprio all’interno della parte sud dell’Arsenale, quella parte ancora (e per fortuna) demanio militare e nella disponibilità della Marina.
Quel Comitato riuniva per la prima volta attorno ad un sereno tavolo di confronto civile d’idee e progetti tutti gli attori che avevano parte e responsabilità non solo nella gestione e manutenzione del grande e storico complesso, ma avrebbero potuto e dovuto indicarne gli sviluppi compatibili nel futuro e la trasformazione rivitalizzante. Infatti, riuniva la civica amministrazione, la Soprintendenza dei beni artistici e archeologici, compresi quelli sommersi, l’Agenzia del Demanio, il Magistrato alle Acque oltre, ovviamente, la stessa Marina che ebbi l’onore di rappresentare. Ecco dove Ventrice, oggi Presidente del Centro Studi Arsenale di Venezia, mi fu maestro, nell’umiltà ma nella grandiosità del pensiero, nella tenacia del convincimento, nell’enorme competenza storica e professionale, nell’amore incontrovertibile per la “vita” e la venezianità dell’Arsenale.
Qui egli riepiloga (se ciò fosse possibile in 300 pagine circa) il frutto della sua passione, la tesi che gli è sempre stata chiara nella mente come nella sua grande cultura e lo fa con la scrittura semplice, scorrevole, appassionante così come affascinante è sempre stato il suo eloquio e accattivante il dialogo con lui sulla materia. Oggetto della trattazione è senza dubbio la presa d’atto che sia stata ineluttabile la trasformazione d’intere aree dell’Arsenale, con la costituzione nei tempi di nuove aree e spazi terreni e acquei da destinare a nuove attività al fine di realizzare l’impianto industriale adeguato ai tempi e che ciò abbia comportato l’estinzione delle precedenti funzioni produttive, con l’abbandono del precedente sistema produttivo e la rimozione della logica stessa dei vecchi impianti. E tutto ciò sovrapponendo, riutilizzando lasciando però traccia visibile dei secoli, dunque permettendone lo studio come quello su di un bene archeologico dell’industria, perché si comprende la logica degli interventi operati attraverso le conoscenze e le competenze di cui erano in possesso i costruttori di navi, dalle remiere alle carboniere alle corazzate.
L’Arsenale è dunque (e forse per la prima volta) analizzato sia come contenitore, struttura architettonica involucro sia come contenuto, in altre parole officine, laboratori, macchine che, nel loro inscindibile insieme, hanno costituito il sistema produttivo e l’organizzazione del lavoro antesignani nel mondo e vanto della Serenissima prima e dell’Italia poi. Il “caso” Arsenale di Venezia è proprio questo, la sua eccezionalità è proprio nella sua capacità di riconversione e adattamento continui alla nuova produzione industriale al passo con i tempi, oltre che nella straordinaria sopravvivenza all’erosione del tempo e all’umana devastazione delle precedenti epoche manifatturiera e pre-industriale. Perfetta logica del percorso dell’opera, che non tralascia dotti riferimenti, ma li integra con acute osservazioni, semplici deduzioni, definitive analisi. E conduce il lettore all’unica conclusione che “qualsiasi attività si vorrà realmente insediare dentro l’Arsenale di Venezia, essa dovrà saper coniugare il frutto della tradizione con quello dell’innovazione …. tema fondamentale di studio per una corretta interpretazione del complesso è costituito dalla ricostruzione delle vicende storiche e delle trasformazioni subite dall’Arsenale. …il prodotto da conservare, recuperare o riusare è costituito non solo dall’involucro ma anche da macchinari, macchine utensili dislocate nello spazio interno secondo una certa logica funzionale ai metodi di produzione che condizionava spesso la forma architettonica dell’involucro”. Era compito del Comitato pervenire al progetto del “nuovo “ Arsenale e queste ne erano le linee di azione. Mi auguro che coloro che oggi parlano di Arsenale ma ancor più coloro che ne detengono il futuro, abbia almeno la compiacenza di leggere questo fondamentale libro.
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Recensione di Paolo Pagnottella
Questa ottava “fatica letteraria” dell’amico Massimo Zubboli non può passare sotto silenzio né da parte del Presidente nazionale dell’Associazione che riunisce tutti i Marinai d’Italia né, tantomeno, da parte di un vecchio sommergibilista. Riunendo nella mia modesta persona queste due caratteristiche , la cosa viene spontanea e gradevole, come sempre gradevoli sono i libri di Massimo. Questo nostromo Mario ed il suo “secondo” Antonio, i due personaggi che con i loro racconti rendono quant’altri mai la particolare statura del marinaio, dimostrano quanto consistente sia questa figura, spesso dimenticata, a volte ignorata, sempre ai limiti di ogni letteratura personale o collettiva. Nei tempi antichi si diceva che esistono tre categoria di umanità, i vivi, i morti ed i marinai. Dei vivi tutti si occupano e molti si interessano, dei morti pochi si ricordano e solo alcuni si interessano, dei marinai nessuno si occupa e nessuno si interessa. Questo dicevano, in un’icona che ha molto di vero, gli “antiqui”. Ma oggi noi li smentiamo perché dei marinai ci siamo noi a parlare , a difenderne la figura, a pubblicizzarne la cultura. Noi dell’Associazione Marinai d’Italia, fieri custodi delle tradizioni millenarie della nostra marineria, eredi delle uniche realtà politiche e militari di cui essere fieri dalla caduta dell’impero romano al Risorgimento, le straordinarie Repubbliche Marinare ( che erano ben più di quattro ma di cui ci si dovrebbe ricordare, in tempi di Repubblica, di almeno le quattro giganti, Venezia, Genova ,Pisa ed Amalfi). E poi scrittori di mare come Zubboli,storie cui “si aggrappa per continuare a vivere come i gabbieri si avvinghiano ai pennoni” e con le quali “risente la musica del mare”. E quale musica si sente in queste pagine, quale purezza di suoni e di ideali, quale poesia conduce ai versi finali, dedicati all’eroe ed agli eroi più umili , al Comandante ed agli equipaggi di quella sottospecie ancor più solida e speciale di marinaio che sono i sommergibilisti. Massimo , lo dice anzi lo confessa lui stesso, se ne è innamorato al solo sentirne le gesta quotidiane e compie l’opera straordinaria di farne innamorare, ne sono certo, quelli che le leggeranno, gesta lievi, ordinarie, dovere compiuto perché siamo uomini d’onore e si deve, dobbiamo compierlo, costi quel che costi. Padron Prospero che si rende conto della situazione e “non pensa a sé… ma alla famiglia, ai figli, alla moglie e ai suoi marinai” propone una figura etica ad un mondo che tanto bisogno avrebbe di un’etica, una qualunque, così come il Comandante del “due pipe” che rischia la propria unità ma va al soccorso del pericolante e, prima di allontanarsi, saluta coi fischi e la bandiera a riva la sfortunata barca che affonda. E la fierezza della nostra razza marinara italica, quel Rizzo così carico di gloria che rinuncia ad incarichi di prestigio ( chi mai più?) , quel transatlantico “Rex” di cui nessuno ricorda più cosa possa significare alzare a riva il “Nastro Azzurro”, simbolo dell’appartenenza alle più nobili e gloriose marine del pianeta. Che bel tratteggio nel ricordare il servizio militare in Marina, che bell’affresco che fissa l’animo prima che il volontariato seppellisca definitivamente questa antica fase della vita di un giovane, con la cartolina inviata alla ragazza del paese con la frase “cifrata” sotto il francobollo per sfuggire ai controlli di mammà e con l’emozione della risposta! Grazie, massimo, per avere voluto chiudere questo stupendo libro di mare, sul mare, per il mare, col profumo del mare, ricordando , per tutti, Carlo Fecia di Cossato, Carletto per tutti noi sommergibilisti.
Non solo l’eroe di guerra e della lotta al nemico, condotta fino all’ultimo colpo e fino all’ultimo giorno ma l’uomo simbolo della fedeltà , dell’onore militare, della dirittura morale, della coerenza . Quando gli equipaggi, saputo dell’arresto del “loro” comandante” che si rifiutava di eseguire ordini emanati da un governo che, contrariamente a quanto a lui sempre richiesto, non aveva giurato fedeltà al Re, erano sull’orlo dell’ammutinamento, ben li aveva compresi quel Comandante che così si rivolse al ministro che chiedeva spiegazioni:” Siamo noi che abbiamo insegnato loro la coerenza, Ammiraglio. E dobbiamo esserne fieri. Gli uomini passano, le virtù rimangono”. Fecia di Cossato è libero. Ma non vorrà più vivere quando si accorge che finisce il tempo degli eroi e comincia quello dei furbi, dei traditori e dei ladruncoli . Sarà l’ennesimo caduto sul campo, non un suicida. Grazie, Massimo, per avere voluto ricordare tutto ciò agli smemorati ed a coloro che non sanno, perché nessuno ha loro mai detto, quale grande carica morale sia necessaria per essere uomini. Come lo sono i marinai.
Recensione di Paolo Pagnottella
Gran parte delle attività del viver quotidiano trovano ambientazione in coda a una fila: che sia rappresentata dal traffico caotico di automobilisti incolonnati lungo le strade in attesa di raggiungere i luoghi di lavoro o dalla folla del sabato sera radunata davanti a una pizzeria o all’ingresso di un cinema, la fila in tutte le sue manifestazioni è una presenza radicata nella vita dell’uomo di ogni tempo e di ogni luogo. Diversamente è a dirsi qualora venga evocata come sinonimo di inefficienza e disservizio: in tal senso, infatti, la fila si spoglia della sua universalità per rivestire i panni del fenomeno made in Italy. L’esperienza di molti paesi civilizzati ci insegna come al di fuori dei nostri confini nazionali la fila sia sempre rispettata senza lagnanze. Di contro nel “bel paese” viene spesso percepita come un disagio, amplificato dall’ansia di un’attesa apparentemente interminabile che la frenesia della società moderna ha etichettato come nemica da cui fuggire ad ogni costo. Capita, allora, di trovarsi al cospetto di chi nel bel mezzo della fila, colto dall’insensata paura di perdere il proprio tempo, sceglie di percorrere la via dell’astuzia e dell’inganno pur di guadagnare una sola posizione. Emblematica al riguardo l’immagine della folla in coda agli sportelli degli uffici pubblici, dove l’insofferenza generata dalla sosta forzata diventa spesso terreno fertile di furbizia e arroganza. Talvolta la fila diventa il simbolo di altri istituti ben più deprecabili: è il caso dell’esercito dei raccomandati, che sfruttando conoscenze di persone più o meno influenti tentano di scavalcare l’ordine naturale degli aspiranti a una poltrona o di quella massa che in nome del prestigio sociale e del potere è indotta ad omaggiare con falsa adulazione i “vincitori” di turno, pur di conquistare un posto “in prima fila”. Non mancano poi i casi in cui la fila è il frutto di comportamenti standardizzati, adottati dal volgo in risposta ad eventi organizzati ad hoc per riscuotere il consenso e il plauso di un vasto pubblico, che puntualmente non manca di soddisfare le più ottimistiche previsioni. Ecco allora che il trovarsi in coda cessa di essere “una maledizione” e diventa il prezzo pagato senza recriminazioni per non restare fuori dalla cerchia dei più e poter dire infine il solito “c’ero anch’io”.
Il presente saggio è un viaggio condotto nell’universo della fila in tutte le sue molteplici sfaccettature: rappresentazione della disperazione, necessità di sopravvivenza o evento mediatico. L’analisi che ne deriva, confortata dai risultati di un sondaggio, ci offre una visione a tutto campo, che non trascura gli aspetti psicologici del fenomeno, dal comune stress quotidiano ai casi ben più gravi di agorafobia. Particolare attenzione è poi dedicata all’immagine del traffico cittadino, dove considerazioni di carattere sociologico forniscono lo spunto per filmare con minuzia di particolari i comportamenti adottati dagli automobilisti al volante in certe situazioni tipiche. Non mancano, da ultimo, riflessioni sui possibili rimedi e la speranza che il ricorso sempre crescente a sofisticati sistemi eliminacode possa almeno arginare i disagi quotidiani provocati dalla fila, con tutte le sue assurdità e i suoi paradossi.
Marco Managò, già Ufficiale della Marina Militare, è Socio del Gruppo ANMI di Frascati (RM)
Recensione di Paolo Pagnottella
Questa opera rappresenta una vera “opera omnia” sulla la Regia Marina nella seconda guerra mondiale, tema che viene affrontato e sviluppato con un deciso ed originale approccio. Presenta infatti al lettore una storia per immagini , che accompagnano, sviluppano ed integrano un testo snello ed essenziale. In questo lavoro riesce superbamente l’impresa di mettere in rilievo la fotografia d’epoca quale documento in primo luogo di valore intrinseco, assoluto, fonte autonoma di cultura documentale, finalmente elevata a rango di primadonna e non più relegata a complemento illustrativo e troppe volte riempitivo di un testo. Alle fotografie si accompagnano testi e commenti di mero assetto scientifico, provenendo da ricerche autonome e documentali dell’autore, nonché professionale, poiché sviluppate da un autore che Ufficiale di Marina lo è stato e ne ha assorbito termini, esperienza e rigore. La “lettura”, allora, avviene per immagini e si completa con il testo che consente di sviluppare la sintesi in maniera assolutamente chiara ed inequivocabilmente “marinaresca”. Si capisce subito che la ricerca e la selezione delle fotografie è mirata ad assicurare che ad ogni evento , anche magari considerato o realmente modesto, corrispondano una o più immagini ad esso relative, coprendo l’intero arco del periodo in esame quasi giorno per giorno, episodio per episodio di un conflitto che trova qui un suo originale e documentatissimo diario, che scorre rapido ed affascinante fra immagini classiche, inedite, rare , sapientemente dosate e miscelate. Ne escono delineate le vicende della nostra Marina, dalla vigila delle ostilità fino all’iniquo trattato di pace del 1947, con focalizzazioni continue su settori specifici, come la guerra al traffico, l’attività del naviglio minore ed anche di quello mercantile, spesso trascurato in altri testi come se non avesse rappresentato un settore di importanza strategica vitale. Il lettore che si addentra in questa opera viene guidato nei vari teatri di operazioni, dal più complesso e corposo,il Mediterraneo, l’Atlantico, il Mar Rosso, l’Oceano Indiano e l’Estremo Oriente, il Mar Nero ed il Lago Ladoga: nessuno può così rimanere estraneo nel considerare lo sforzo richiesto alla nostra organizzazione navale, agli uomini, ai mezzi, chiamati ad operare in un teatro che oggi si chiamerebbe “globale” avendo a disposizione uno strumento nato e concepito come “regionale”. Su tutto, l’arco temporale di riferimento: dalla vigile attesa della guerra all’ armistizio, da questo all’aprile 1945 ( periodo che l’autore, con una definizione da manuale, chiama “delle due cobelligeranze”) e quello infine che culmina con gli adempimenti del trattato di pace imposto ad un Paese sconfitto (vae victis) . Libro di cultura e storia navale come pochi attraente e completo, che si completa con una scorrevole trattazione sulla politica navale italiana ( quando c’era) dal periodo pre-bellico all’intero conflitto, di cui riesce mirabilmente a sottolineare le direttrici rilevabili e conseguenti a quella impostazione della strategia marittima italiana. Ma credo di poter affermare senza smentita che a questi sicuri tratti vada aggiunta la meritoria volontà e capacità di proporre il collezionismo fotografico come degno e validissimo ( qui addirittura essenziale) complemento alla lettura della storia, con autonoma base scientifica, togliendolo dalla luce di distacco e sufficienza, quasi fosse una sorta di cultura minore, nel quale i paludati storici accademici lo avevano riguardato e relegato, al pari della diaristica e delle scritture private. Qui c’è la riprova che tutto questo settore è vero e proprio bagaglio di rilevante contenuto storico a disposizione, necessario addirittura se si vuole ricostruire stati d’animo, sensazioni, punti di vista con cui comparare, e quindi integrare, la cosiddetta “documentazione ufficiale” con l’obiettivo di fornire il quadro di situazione più amplio e veritiero.
Recensione di Paolo Pagnottella
Questo volume è la ristampa ( attesa da tempo ), con evidenti ed indovinati aggiornamenti, di un’opera assai conosciuta e che ha già avuto il successo che merita, poiché racchiude qualità raramente individuabili in similari esercizi. Infatti, si pone al centro dell’interesse per tutti i cultori di storia delle Marine, dal neofita al ricercatore, poiché snella nella presentazione, veloce nel fornire il dato atteso, centrata nello sviluppo e nel bilanciamento delle componenti. Ripresa e distribuita perfino dall’U.S. Naval Institute di Annapolis e tradotta anche in tedesco, non si limita alla illustrazione delle caratteristiche tecniche dei battelli appartenenti ad oltre 19 diverse Marine ma fornisce elementi della storia delle operazioni che li ha visti protagonisti della guerra. Estremamente sintetica ( un vero peccato, perché affrontata con taglio davvero interessante e moderno) è la storia del mezzo subacqueo stesso, percorso che rende evidente lo sviluppo tecnico ed operativo e prelude alla attualità dei sottomarini che ancor oggi ( e forse oggi più che mai) costituiscono la capital ship, il vero potenziale delle principali Marine. E chi lo ha prima capito ne ha prima beneficiato, perché il sottomarino (allora ancora sommergibile) è stato, checché se ne dica o lo si critichi, il vero grande protagonista delle guerre mondiali sui mari. Ne è uscito sconfitto, senza dubbio, soprattutto ad opera degli aeromobili imbarcati sulle portaerei, ma ha dimostrato di avere in sé i germi di quel rinnovamento tecnologico e conseguentemente operativo che, rendendolo invisibile e con autonomia illimitata – propulsione nucleare – ne ha riportato in auge la smisurata pericolosità e la sostanziale invulnerabilità dei nostri giorni e di quelli del prossimo futuro. Lo scopo raggiunto da questo volume è quello di illustrare come erano fatti e perché furono fatti i sommergibili: opere sui sommergibili della Seconda Guerra Mondiale ce ne sono moltissime ma quasi tutte dedicate ad una classe specifica se non ad una Nazione specifica. Dunque, affrontare la problematica da un punto di vista comparativo globale, che metta in grado il lettore più o meno esperto di conoscere e paragonare le caratteristiche tecniche ed operative di tutti i sommergibili che hanno partecipato al conflitto, non è da tutti. Erminio Bagnasco è riuscito nell’impresa con un lavoro pregevole, che non solo è degno di far parte delle biblioteche specialistiche ma soprattutto delle librerie degli appassionati di cose di mare che, come me, proveranno piacere a leggere e rileggere, cercare e confrontare non solo aridi dati ma l’anima e la sostanza di un mezzo unico e speciale quale è, agli occhi di tutti, il sommergibile.
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Piero Carpani pierocarpani@excite.it
Grafiche Amadeo 0183-52603
segreteria@graficheamadeo.com
Recensione di Paolo Pagnottella
Ecco l’ennesimo libro su questa meravigliosa Nave, direte voi, scritto sulla scia dell’entusiasmo per avervi magari navigato per alcuni giorni e così supposto di cogliere l’anima nascosta che ne fa ancor oggi una fascinosa nave che , ovunque va, riscuote ammirazione e invidia. Ma atteso che scrivere un libro sul Vespucci non è comunque cosa facile, diciamo subito che ci hanno provato in tanti e solo alcuni hanno lasciato il segno. Piero Carpani si colloca in quest’ultima categoria perché non scrive banalità, trasmette un messaggio che gli viene dalla lunga esperienza di bordo, dunque capace di consegnare al lettore valori e senso della vera tradizione. L’autore, del Vespucci, conosce tutto e attraverso sapienti testi, immagini e disegni descrive caratteristiche ed attività ma soprattutto è capace di fare assaporare l’atmosfera e le emozioni autentiche. Acuto osservatore, cacciatore di segreti e di aneddoti, Carpani trova ed esprime il vero rapporto fra uomo e mare, e lo fa dall’interno della nave, guidando il giovane, il cittadino, il lettore a divenire suo tramite un marinaio, quell’essere speciale che esalta le sue qualità individuali quando le mette al servizio della comunità, quando si rende conto che si può andare avanti solo se la squadra funziona e le energie di tutti sono messe al servizio di tutti, come sul “marciapiede” dei pennoni. La nave come scuola per eccellenza, perché insegna, apre la mente, forgia il carattere, prepara alla vita . Il Vespucci ne esce come testimone della nostra storia nazionale, che si intreccia indissolubilmente con quella della sua Marina Militare, cerniera fra passato, presente e futuro ma soprattutto solido riferimento per tante generazioni di Ufficiali che vi identificano la propria cultura e la base della vocazione marinara. Se davvero in Italia esiste un deficit di cultura marinara, anche con queste opere si provvede a colmarlo, perché espressione compiuta di amore, professionalità, orgoglio. Nel mondo, ovunque sia stato, il Vespucci ha degnamente rappresentato l’Italia, ambasciatore impeccabile della nostra civiltà. Lo abbiamo ritrovato così come lo avevamo lasciato e Piero Carpani merita tutto il nostro ringraziamento e l’apprezzamento più sincero. Quello che noi, allora giovani allievi dell’Accademia Navale, abbiamo vissuto, sofferto, gioito e provato a bordo di quella Nave qui è mirabilmente raccontato in maniera semplice, scorrevole, quasi l’autore si fosse riproposto di accompagnare a bordo il lettore e, mentre la nave naviga, egli gli narra dove è, cosa è successo prima di lui, quale grande impegno è stato richiesto ai suoi predecessori, quale responsabilità gravi ora sulle sue spalle. E non gli nasconde la fatica, il sudore, l’impegno , compensati però dal vivere il vento, il mare, le vele, l’aria frizzante, gli oceani, notti così stellate che non si vedranno mai più, ondate gigantesche e la irripetibile sensazione di essere liberi, come per magia, su un altro mondo, sospeso fra mare e cielo. Questo fa questa incredibile, vecchia Signora dei Mari, si imprime indelebilmente nella memoria dei “suoi” ragazzi e si inserisce nella loro storia personale come esperienza fondante e non li lascerà più. Ecco la sintesi della nostra esperienza , qui mirabilmente ripresa e tracciata: prima dell’imbarco sul Vespucci non sei nulla, dopo sei un uomo di mare, dunque un uomo davvero speciale, sotto ogni aspetto.
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James J. Sadkovich
Libreria Editrice Goriziana - Corso Verdi, 67 – Gorizia
Recensione di Paolo Pagnottella
Di questo volume avevo letto alcune recensioni su riviste anglosassoni, in occasione della sua prima uscita in lingua originale inglese. Sembrava poco interessante, anche per via di un titolo assai poco originale, preludio all’ennesimo polpettone-collage, tipico di tesi di laurea o cerca soldi facili. Ora invece, ad una più attenta lettura della versione in italiano , revisionata nientemeno che da Augusto de Toro, lo trovo imperdibile per ogni appassionato italiano in materia perché l’autore, professore universitario americano, scrive soprattutto per il pubblico e gli ambienti accademici anglosassoni, ancor oggi arroccati su posizioni di comodo, trascinate nel tempo e alquanto superficiali nei riguardi dell’attività della nostra Marina, quasi sempre bistrattata se non ignorata. Anche l’autore, come tanti suoi compatrioti, confessa: “ero convinto che i bravi ragazzi vincevano sempre e che i bravi ragazzi, ovviamente,eravamo sempre noi americani”. Ora, se critica si può fare a questa opera è che essa assume troppe volte l’atteggiamento dell’”avvocato difensore” delle armi italiane, forse anche quando proprio il caso non sarebbe. Ma giunge a proposito, perché se si vuole raddrizzare la barca della verità, finora assolutamente sbilanciata da una sola parte (ovviamente la versione sprezzante dei vincitori) occorre talvolta sbandarla dal lato opposto (quello dei vinti) . L’autore confessa di essersi avvicinato quasi per caso all’analisi del comportamento della nostra Marina ma di avere immediatamente percepito che i giudizi con cui è stato liquidato sapevano di sbrigativo ed ingiusto, al punto tale da spingerlo ad approfondire le ricerche e giungere a conclusioni ben documentate e per nulla allineate alla vulgata. Il ritratto di una Marina Italiana incapace è solo servito egregiamente, secondo l’originale autore, a giustificare il vero fallimento, quello cioè della Marina britannica che non riuscì ad annientare la flotta italiana né ad acquisire il controllo del Mediterraneo né ad interrompere le linee di rifornimento dell’Asse verso l’Africa prima del 1943. Marcantonio Bragadin, pluricitato dall’autore, aveva peraltro scritto, subito dopo la conclusione della guerra, che i britannici avevano perduto un tonnellaggio superiore agli Italiani e più unità maggiori. Anche nella guerra al traffico negli Oceani, scrive Sadkovich, i battelli italiani ebbero all’attivo oltre 6.00 giorni in mare e 197 missioni, cioè circa 40 giorni/battello, e ciascuno affondò una media di 18 mila tonnellate , contro le 15 mila medie dei battelli germanici, concludendo quindi che i sommergibili italiani “fecero una figura più che onorevole”. E’ bello vedere finalmente scritto da un autore (e per di più anglosassone) che “benché il destino della Marina italiana fosse segnato dalla propria debolezza tecnica ( anche e forse soprattutto da quella industriale nazionale –ndr) e da Ultra, essa combatté una guerra tenace e cavalleresca e, se non vinse, scongiurò più che onorevolmente la sconfitta per trentanove lunghi e frustranti mesi”. L’indagine storiografica dell’autore, dunque, lo porta ad un’opera contro corrente rispetto alla lettura “ufficiale” degli eventi fatta dalla maggioranza dei colleghi anglosassoni, specie quella dell’immediato dopoguerra, smentendo gli stereotipi ed emendando gli elementi inquinanti della faziosità e della comodità di parte, quest’ultima anche di parte italiana, di chi è subito salito sul carro dei vincitori.
Se noi Italiani volessimo ora riprendere il discorso e, con un poco di orgoglio, pretendere di ristabilire la verità abbiamo a disposizione un volume, inoppugnabile per profondità, accuratezza delle ricerche, ampiezza di visione e serenità di giudizio. Provenendo poi da fonte non contaminata , per l’età dell’autore e per la sua nazionalità, questo libro potrebbe assurgere a testo di riferimento per tutti coloro che non accettano più e menzogne ma desiderano che la storia, quella vera e vissuta, sia raccontata e tramandata con la massima possibile serenità per tentare di stabilire la verità. Infatti, si sa che la verità non è quella scritta dai soli vincitori e subito dopo la vittoria, tantomeno dai protagonisti della stessa, ma necessita di tempo di maturazione , per dar modo di ascoltare anche la versione dei vinti, i cui documenti sono necessari e preziosi per la sua scrittura. Il confronto sereno e libero fra tutte le documentazioni darà i suoi frutti migliori, come appunto questo saggio mette in evidenza. Il tempo, prima o poi, ma soprattutto l’onestà di un ricercatore, fanno strame di ogni menzogna e restituiscono l’onore a chi onore ha meritato.
Vittorio Emanuele DALLA BELLA
e-mail: emanueledallabella@libero.it
PubliCaorle
Calle delle Liburniche, 8/A
30021 Caorle (VE)
Recensione di Paolo Pagnottella
Mi ha molto impressionato questo libro di Dalla Bella perché vi ho colto un amore espresso con parole che avrei tante volte voluto usare e magari , al momento opportuno, non mi sono venute in mente. Si tratta di un romanzo, bello ed avvincente fin dalle prime battute, con la caratteristica davvero insolita che i personaggi sono veri, storicamente precisati. Anche l’ambientazione è vera, talmente vera che il lettore sale subito a bordo del battello e vive, partecipa ai dialoghi, è in mezzo alle situazioni perfettamente descritte, siano esse la vita quotidiana, le guardie, le burrasche o le immersioni, gli agguati o gli attacchi, le occasioni mancate o i successi.E’ un omaggio all’eroico Comandante Gianfranco Gazzana Priaroggia ed al suo equipaggio, “cor unum et anima una”col leggendario sommergibile Da Vinci , cui ci si avvicina con affetto che finirà per trasformarsi in ammirazione. Viene naturale chiedersi se lo scopo del libro non sia poi quello di rendere tutti partecipi di un sentimento di riconoscenza verso questi nostri uomini e mezzi forse riposti un po’ frettolosamente e partigianamente in un angolo troppo angusto della memoria nazionale, che ha esaltato il valore ed il sacrificio di alcuni dimenticandosi di questi figli d’Italia che per essa e per essa soltanto hanno combattuto bravamente e sacrificato la vita. Perché la tenacia combattiva che non soppianta l’umanità, la solidarietà che si sviluppa in un equipaggio di sommergibile sono virtù, radice forte di ogni virtù civica e di ogni regola sociale di un popolo che si voglia far rispettare e, per primo, rispetti se stesso.Per questo mi è sembrato non solo significativo ed espressivo provare “ad essere a bordo” ma assai originale e comunicativo prendere il lettore per mano e condurlo in mare e per mare per tutti i novantadue giorni dell’ultima missione, fino al suo tragico epilogo alle ore 12 e 12 del fatale 23 maggio 1943. Quel giorno, a bordo, si stavano già preparando le sei bandierine da issare al periscopio al rientro ormai prossimo a Bordeaux (Betasom per noi marinai), quelle orgogliose 59 mila tonnellate di naviglio nemico affondato. Giustamente su tutti domina la figura del Comandante, perché non esiste definizione stessa della parola Comandante migliore di quella che compete a chi conduce un equipaggio di sommergibile.E qui rifulge Gianfranco Gazzana, trentunenne, che apprende della sua promozione a Capitano di Corvetta per merito di guerra dalla radio, mentre sta per rientrare alla base il 6 maggio. Neanche il tempo dunque di cucire i nuovi gradi sulla divisa, festeggiati davvero alla sommergibilistica maniera fra gli hurrà dell’equipaggio e la puzza di nafta che copre il “profumo” della torta preparata dal cuoco con le due “C” (la sigla del nuovo grado) usando gli ultimi rimasugli di frutta in scatola mezza marcia. Poi il diradarsi improvviso e traditore delle nubi, che coglie il battello nel mezzo di un convoglio nemico, il disperato tuffo rapido fino alla quota massima per cercare di sfuggire alla caccia ormai ravvicinata. Ma la sorte di uno dei nostri più valorosi Comandanti ed equipaggio si compie “in faccia a Monna Morte ed al destino”, come avevano spavaldamente cantato tante volte. Vittorio G. Rossi, l’indimenticato scrittore di cose di mare e di marinai, ha scritto: “chi non ha mai visto al lavoro un equipaggio di sommergibile si è perso uno dei più affascinanti spettacoli di sincronia, perfezione di gesti ed azioni al semplice scambio di sguardi, affiatamento e gerarchia naturale”.Questo libro rende possibile a chiunque provare quest’ebbrezza, questa emozione irripetibile e romantica, essere a bordo del Sommergibile per antonomasia.
Era inusuale immaginarlo, non era facile provarci, è stato bellissimo riuscirci.























